A piedi da Morbegno a Chempo

– Come una volta: da un paese all’altro, da una casa all’altra, a piedi, utilizzando sentieri e mulattiere. Certo ci vuole un po’ più di tempo e di energia personale, ma senza produrre smog, rumori, traffico… Si ha la sensazione di essere più liberi, svincolati da una macchina e dalle sue prestazioni, liberi di essere lenti, di sentire la fatica, il caldo del sole, il sudore nella salita, il venticello nei punti più esposti, l’umidità nelle valli profonde. Provare un po’ tensione se non conosci o riconosci il sentiero, se senti un rumore insolito nel silenzio del percorso, se si sta facendo tardi e non devi trovarti al buio ancora sui sentieri.

Ma oggi abbiamo i cellulari sempre con noi, si possono controllare i tempi, le lunghezze fatte e da fare, la velocità del cammino, sapere il nome delle cime che vedi, delle piante che trovi, fotografare quello che ti incuriosisce, quello che ti emoziona, quello che ti inquieta.

Possiamo mandare messaggi, chiamare, rispondere…  Anche se sei sola sembra di essere in gruppo! A me piace andare con altri per condividere le sensazioni, scambiare pareri e informazioni, chiacchierare e conoscersi! Ma mi piace anche essere sola, seguire i miei ritmi, fermarmi o correre se ne ho bisogno. Oggi, come dicevo, con la tecnologia possiamo essere soli ma connessi con altri. E se vuoi essere proprio sola, vai in solitaria e ti disconnetti. Quindi si possono provare esperienze diverse e viaggi mai uguali, anche percorrendo le medesime strade.

Alcuni ricordi di passeggiate in compagnia:

Solo in questi ultimi mesi ho ripreso a camminare. Lo faccio con piacere, senza farmi troppe richieste, con il desiderio di scoprire percorsi antichi costruiti con pazienza dai nostri antenati per le loro esigenze di comunicazione, coltivazione e scambio. Per questo sono motivata anche a brevi passeggiate da sola!

Questa premessa perché volevo fissare l’attenzione su alcune camminate fatte proprio per spostarsi fra le due abitazioni, quella in città e quella in montagna. Questo mi ricorda la vita di transumanza che facevano un tempo i contadini della costiera dei Cech, che si spostavano per seguire meglio i ritmi della natura ed essere nel luogo che richiedeva il maggior intervento e soddisfava i bisogni di raccolta e allevamento del bestiame.

Le varie residenze degli abitanti dei cech non erano molto distanti fra loro, tutte sulla costiera, dal fondovalle agli alpeggi.

Le nostre due case distano in auto circa 10 km di strada, che si percorrono in 15/20 minuti.


A piedi? Si possono quasi dimezzare i chilometri se si conoscono i sentieri, come ha registrato la mappa dal mio cellulare. La lunghezza dipende da quale sentiero, mulattiera o carrozzabile si utilizza. Abbiamo scoperto che ci sono diversi percorsi che attraversano paesi, boschi, prati o vigneti. Alcuni più ripidi, altri più dolci, alcuni poco praticati, molti recuperati e ben segnalati da associazioni sportive locali per allenamenti e competizioni, e alcuni sentieri ancora da riscoprire… Ci sono anche delle bellissime mulattiere acciottolate, interrotte dal passaggio delle strade asfaltate per le auto. Per quanto riguarda i tempi? Dipende dalla velocità del pedone: età, allenamento e dalle soste che fa per godersi il percorso o battere dei record!

La discesa più gettonata segue il percorso seguente:

La salita si può fare seguendo lo stesso percorso della discesa, ma l’ultima l’ho fatto passando dalle vigne di San Biagio, i tempi sono simili.  Alcune foto del passaggio:

Link ai due video-percorsi fatti su mappe da Relive, un’app da scaricare e attivare a piacere, che ti segue nel tuo cammino, e dove puoi anche inserire delle foto scattate in precisi luoghi o punti di riferimento. Il primo percorso è solo in discesa, il secondo salita e discesa:

– 2 agosto 2020 – Discesa estiva alla città Scendere a valle in solitario silenzio

– 2 febbraio 2021 – Ultimo e più completo cammino da Morbegno a Chempo e ritorno Pomeriggio su e giù –

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Le tre chiese nel Gisöl di Selvapiana

In una cappelletta o gisöl in località Selvapiana, frazione di Morbegno (Sondrio), sulla Costiera dei Cech,  possiamo vedere un moderno dipinto (di V. Deon del 2001). Questo dipinto (vedi immagine a destra) rappresenta “Gesù Buon Pastore”: il Buon Pastore ha un lungo bastone e le pecorelle intorno, fra loro una, nascosta dietro a Gesù, è nera. Ci sarà un nesso con il vicino agriturismo?
Sullo sfondo la Costiera con il taglio della valle del torrente Tovate che, nell’ultimo tratto, per raggiungere il fondovalle, deve farsi strada fra il fianco del Monte e il Culmine di Dazio.

Ma quali sono le tre chiese raffigurate?

Sono le tre Chiese più vicine a questa cappelletta e nella passeggiata del 30 gennaio 2021, che visualizzate nella mappa sotto, le abbiamo incontrate tutte e tre, e abbiamo anche salutato la cappelletta.

Mi è parso curiosa questa immagine che unisce religiosità,  attività commerciale e sullo sfondo, l’ambiente geografico locale.

Le chiese si possono riconoscere per la facciata e la posizione: quella  di Campovico in basso a destra, quella di Cermeledo in centro e di Selvapiana a sinistra.

Vediamo alcune notizie su queste tre Chiese e i loro fedeli?

Chiesa di Campovico

Chiesa della Visitazione di Campovico

La chiesa parrocchiale di Campovico, dedicata alla Visitazione della Beata Vergine Maria, se ne sta arroccata a 281 metri su un bel poggio che domina il paese. La chiesa fu eretta a parrocchia nel 1602 e consacrata nel 1706, dopo che era stato edificata sopra alla precedente; in quel periodo, la chiesa parrocchiale era quella di S. Nazzaro a Cermeledo ed ancora oggi la parrocchia comprende, oltre alla centrale chiesa a Campovico, la chiesa di S. Nazzaro, la chiesa di S. Benigno de Medici o San Bello e la chiesa di S. Giuseppe a Selvapiana.

Campovico è una frazione di Morbegno. I suoi suoi abitanti, leggiamo in un documento storico: “Alquanto diversa da quella di Morbegno è la popolazione di Campovico che appartiene alla stirpe dei Cech, d’origine franca. Di qua dell’Adda, essendo la zona meno fertile e poco solatia, l’elemento barbarico si diffuse assai meno e le antiche genti etrusche e romane poterono sussistere, nella zona dei Cech ebbero invece il sopravvento i Longobardi e i Franchi”
Le origini del borgo di Campovico sono probabilmente legate ad un antico porto sull’Adda, quando ancora questa era navigabile. Non sappiamo fino a che epoca, ma nel Quattrocento il porto di Campovico non c’era più, in un documento del 1395 i suoi abitanti si erano trasferiti dal piano a Cermeledo, soprattutto per le conseguenze delle rovinose piene del Toate e dell’Adda.

Chiesa di san Nazzaro di Cermeledo

Chiesa di Cermeledo
Si tratta della secentesca chiesa di S. Nazzaro di Cermeledo, la cui importanza è testimoniata dal fatto che nei secoli XVII e XVIII fu chiesa parrocchiale di Campovico, quando buona parte della popolazione del comune era concentrata qui. Il primo nucleo della chiesa dedicata ai santi Nazzaro e Celso, fu edificato, dalla famiglia Castelli Sannazzaro, nel 1369 e fu poi ampliato nel 1624. Siamo in località Dosso del Visconte o semplicemente “el dòs”, con voce dialettale.
Oggi sul sagrato della chiesa regna quasi sempre una profondissima quiete.

Cermeledo, anch’essa frazione di Morbegno e, prima del 1938 frazione di Campovico, quando venne aggregato al comune di Morbegno. Piccolo borgo rurale che si trova, nascosto fra i castagni, a monte di Campovico, a 461 metri.

Di particolare importanza storica, nel vicino dosso del Visconte, dove sorge la Chiesa, ebbe sede il Visconte di Valtellina in età carolingia (fino al 1037)
Data la natura dei luoghi, gli abitanti di Campovico furono indotti, in passato, a trasferirsi qui in massa, per sfuggire alle conseguenze delle vicende belliche e alle rovinose di alluvioni dell’Adda e del Tovate o Toate. Il Tovate merita una breve parentesi: secondo una voce assai antica, in origine scendeva a valle sul versante della Val Masino, immettendosi direttamente nel torrente Masino; trovò poi la nuova via, scaricando periodicamente la sua furia nella piana di Campovico.

Per raggiungere Cermeledo possiamo salire da Campovico lungo l’antica mulattiera trasformata oggi in un tratturo in cui il fondo in asfalto e cemento risparmia solo per brevi tratti l’antico fondo acciottolato.

Chiesa di Selvapiana

Chiesa di San Giuseppe di Selvapiana

La chiesetta dedicata a San Giuseppe ha sulla facciata un dipinto del santo, con l’immancabile giglio nella mano sinistra ed il Bambin Gesù nella destra.

Qui scendevano, fino agli anni cinquanta del secolo scorso, i contadini di Civo per i lavori primaverili nelle vigne. Anche la scuola elementare per qualche settimana scendeva con loro.

Selvapiana con le sue belle case, è uno dei nuclei meno noti ma più straordinari e panoramici della Costiera dei Cech orientale.

Abbiamo scoperto quali sono le chiese del dipinto, il motivo della scelta sarà perchè sono le più vicine a questo luogo (vedi mappa) e forse questa cappelletta è di proprietà del vicino agriturismo dal nome “Pecora Nera”.

 Le informazioni sono state tratte e sintetizzate dalle belle pubblicazioni di 
(Massimo Dei Cas, www.paesidivaltellina.it)

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Una casa nei Cech (14) -il soggiorno-

Dopo le attenzioni all’orticello (vedi qui), ai piccoli raccolti, con qualche soddisfazione e nuove esperienze culinarie, ora lasciamo riposare la terra sotto l’abbondante nevicata e mettiamoci comodi in soggiorno.

Qualche premessa indispensabile.

All’acquisto della casa nei Cech scoprimmo che c’era “un locale” non di proprietà dei venditori, si trattava di una porzioncina al primo piano con accesso autonomo dal vicolo pubblico. Questo locale era chiamato “locale dei morti”, ed era di proprietà degli abitanti del paese. Questa, come altre simili proprietà pubbliche, faceva parte di lasciti di privati a favore della popolazione del paese che poteva utilizzarli a suo bisogno. Per gestire queste proprietà c’era un’associazione con amministratori. Quindi ci siamo dovuti rivolgere agli amministratori per chiedere l’acquisto di questo “locale”.

Perchè si chiamasse locale dei morti pare dipendesse proprio dal fatto che “chi moriva” poteva lasciare qualcosa al paese. Altri ci dissero che il nome poteva derivare anche dall’utilizzo di questi spazi come camera mortuaria o per emergenze di aiuto a chi si trovasse senza casa per qualche disgrazia, la più ricorrente era l’incendio. Questo nome poco allegro non ci distolse dal procedere a continuare le pratiche di acquisizione della casa dallo sguardo che si perdeva nella valle e la facciata che si scaldava al sole.

Come avremmo poi utilizzato questi spazi separati fra loro per ora non ci preoccupava: avremmo cominciato a conoscerli e usarli così come ce li avevano consegnati il tempo e le storie che racchiudevano. Storie di gente di montagna, di famiglie numerose, di padri partiti per cercare fortuna in America o nelle grandi città italiane ed europee, principalmente sappiamo di abitanti rimasti sia in America che a Roma. Il tempo di queste mura, di questi legni, delle porte con catenacci e chiavistelli non è lo stesso per tutta la casa. Ci sono parti esistenti almeno dal 1800 a cui si sono aggiunti, addossamdosi ai precedenti, nuovi spazi, sfruttando sostegni e sassi già collocati. Non ci sono carte, nè progetti, nè calcoli scritti da professionisti, erano i proprietari stessi, che avevano pratica di come costruire muri con i sassi e le terre a loro disposizione, erano gli abitanti stessi che aumentavano la proprietà quando ne avevano la possibilità. Spesso dopo qualche anno di lavoro lontano dal paesino si tornava con qualche soldo in più e allora si aggiungeva un nuovo camino, un forno, una stanza, un balcone, un rubinetto…

Ebbene il “locale dei morti” è diventato di nostra proprietà e la casa è completa, ora si può pensare a come metterla in sicurezza, ma di questo ne ho già parlato e ne parleremo ancora in avvenire, visto che la ristrutturazione sta procedendo poco per volta per non snaturare questo piccolo “museo di vita contadina”.

   – In questo articolo vorrei mostrarvi come abbiamo ottenuto l’attuale soggiorno, ed è proprio trasformando il locale dei morti che i lavori ci hanno consegnato un confortevole luogo per stare a tavola in compagnia, lavorare, rilassarci, giocare…

– Com’era e cosa c’era nel vecchio locale?

In fondo al vicolo dall’acciottolato sconnesso, due gradini arrivano alla porta che ci apre un piccolo stanzino dal soffitto basso in legno. In questo stanzino c’è una scaffalatura alla buona ma robusta su cui sono rimasti alcuni vecchi attrezzi da muratore: secchielli, cazzuole, martelli, chiodi, fili di ferro, cartelli da cantiere. Dal primo stanzino si passa ad un secondo ancora più piccolo. Scopriremo che metà di questo è occupato dal forno del pane coperto di materiale e chiuso nei muri per essere isolato e poter raggiungere la temperatura per cuocere il pane.  Il pavimento è di un cemento polveroso, le finestre, piccole aperture senza vetri, sono chiuse da ferri incrociati. (le foto sotto sono state scattate da noi nel 2004)

– La porta è stata riutilizzata per il nuovo locale attrezzi, una finestrella avrei voluto conservarla ma non è stato possibile. I due vani a muro verranno invece ripuliti e mantenuti. I due finestrini saranno sostituiti da una finestra più grande e da una porta a vetri

Ecco la trasformazione?

Quali lavori sono stati fatti nel 2015/16 per avere questa trasformazione? Alcune foto per renderci l’idea di questa seconda fase di ristrutturazione, il collegamento alla cucina e la conservazione della “bocca del forno”…

– Durante la prima fase di ristrutturazione avevamo previsto e preparato il passaggio verso questo soggiorno. Allora avevamo scoperto che la volta del forno era tutta coperta da materiale chiuso fra i muri, abbiamo quindi richiuso provvisoriamente con mattoni (vedi foto) e per dieci anni il passaggio è stato una nicchia con mensole per riporre oggetti. Ma ora al posto della nicchia un tondo passaggio ci conduce nel soggiorno!

Possiamo senz’altro essere soddisfatti di avere questo nuovo locale, caldo, luminoso e spazioso, anche se i tempi per la sua realizzazione sono stati decisamente lunghi.

Il soggiorno della casa dei cech vi saluta con i due cimeli storici che conserva: l’armadietto degli operai e la bocca del vecchio forno del pane, e un ciao anche dai due attrezzi incorniciali e dalle vecchie chiavi che ci ricordano l’arte antica dei fabbri per la vita dei contadini delle nostre montagne:

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Accendere la stufa!

Da una settimana è scattato il lockdown in Lombardia, io ero nella casa di montagna per la raccolta dello zafferano, e qui sono rimasta. Questa decisione è stata presa in accordo dai tre familiari coinvolti: rimanere in questo paesino più a contatto con la natura, vicino ai boschi, più facilitati a muoverci nel comune vasto e poco abitato, ma in particolare perchè qui stiamo bene.

Le temperature si sono abbassate nelle valli e sui pendii delle nostre Alpi, ma da noi, se sorge il sole, è sempre primavera! Quindi si è invogliati ad uscire, camminare, esplorare boschi, pulire campi, raccogliere prodotti del luogo… ma quando ci si ferma è importante sentire un po’ di tepore e riposare.

Una bella stufa accesa è utile e allegra, fa compagnia, con lei non si è mai soli, entrambi ci sentiamo necessari!

Accendere la stufa dunque, o in dialetto talamonese impizzà la pigno, è diventato un rito importante, quando lo faccio mi sento trasportare nella mia casa dell’infanzia per l’effetto madeleine: l’odore della cenere, del fumo che scappa, lo scoppiettio del legno che si consuma, le mani sporche di nero, il caldo che ti avvolge e rosola.

Ok, non è proprio tutto poetico, bassa manovalanza ma non solo, quando si tratta di accendere il fuoco ci vuole anche competenza. Rivedo mia madre al lavoro con umile destrezza nel compiere azioni tanto ripetitive da diventare perfette!

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Altra considerazione: ma come si traducono in lingua italiana i nomi dei materiali e delle azioni necessari ad accendere e mantenere il fuoco in una stufa a legna?

Mi informerò, ma di sicuro io la stufa a legna l’ho vista funzionare

solo in dialetto!

Ecco i nomi scritti correttamente in dialetto e la rispettiva traduzione in italiano (richiesti alla Prof. Nelda che li ha presi dal vocabolario di padre Abramo, l’unico testo a cui si può far riferimento per Talamona):

Spazzööl -> pezzo di asse di legno   – Schéno -> pezzo di legna da ardere   – Cavìc -> legnetto

 

– i spazzööi – la schéno – i cavìc

In effetti non ci sono traduzioni precise, una è un alterato e due sono perifrasi della parola legno:

legnetto, pezzo di asse di legno, pezzo di legna da ardere.

Quindi in italiano non si accendeva realmente una stufa?

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Che dite, può essere una festa antica e magica avere una stufa chiacchierina che ci spia dai vetri della sua fornace?

Allora tagliamo la torta?

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Chempo – Regurs “Balun”- Cevo

Da Chempo a Regurs “Balun”, poi a Cevo dal sentiero… e ritorno dalla carreggiata.

Tutto l’anello fatto a piedi il 22 luglio 2020.

Le foto del percorso: clicca su una foto se vuoi ingrandirla e far scorrere la galleria.

Siamo soddisfatti! Abbiamo fatto tutto il percorso a piedi, come dovevano le genti di un tempo, senza altri mezzi che difficili sentieri, selvagge mulattiere, animali e carri.

Noi certamente più fortunati: con solo un comodo zainetto e leggere racchette di aiuto… ma insomma un po’ di fatica l’abbiamo sentita, oltre alla gioia di stare in sintonia con la natura!

La visita al Balun è consigliata, la discesa da Caspano a Cevo un po’ meno, ma riuscire a fare l’anello completo è una bella soddisfazione.

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Da Cevo… nella Valle di Spluga

Scrivevo su facebook domenica 21 giugno alle ore 15:59: ho raggiunto questo mondo grazie alla volontà… e alla mancanza di  rappresentazione del percorso. La rappresentazione me la sono costruita cammin facendo, come pure la volontà si è imposta lungo il percorso.

Dunque l’obiettivo era scoprire la Valle di Spluga, una valle poco nominata, poco frequentata, fuori dalle gite estive. Chissà perchè?

Lo abbiamo scoperto avvicinandoci ad essa. Difficile salita, poche case e quasi completamente abbandonate nel primo nucleo, ridotte a ruderi nel secondo nucleo, dove poi ci siamo fermati.

Nella mappa sopra della Swisstopo viene indicato il Monte Spluga dove altre indicano il Desenico (plastico della Provincia di Sondrio), mentre il Monte Spluga a volte è una seconda denominazione della Cima del Calvo (mappa Konpass):

Salendo ho scattato alcune foto, perchè mi piace e per poter prendere respiro.

Cliccare su una foto per ingrandire, far scorrere la galleria
e leggere le didascalie:

Il ritorno è stato decisamente meno impegnativo, anche se le racchette sono state indispensabili per frenare e rassicurare.

Da Ceresolo ho fotografato le immagini sacre di devozione popolare o lasciate in memoria di persone che hanno perso la vita in questi luoghi, immagino per incidenti causati dalla impervietà del percorso.

Chissà se la prossima volta che ci avventuriamo avremo la volontà di raggiungere i laghi a 2163 m s.l.m.

Link per approfondire: QUI

Carte on line qui

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Ottobre nei Cech

Ottobre è un bel mese? É sempre stato un mese redditizio.
Quando ero bambina era il mese di inizio delle scuole, quindi impegnativo perchè l’inizio è fondamentale: bisogna dare un’impressione positiva alla maestra, ai professori, con attenzione ad ogni parola, bei quaderni ordinati, e se andava bene ottobre, non eri in vacanza, ma scivolavi meglio!
Da insegnante era un mese lungo, senza distrazioni, fino a quando non si è inserita la festa di Halloween, ma fortunatamente era proprio alla fine!
E ora che sono libera da impegni rigidi e richieste precise, ecco ottobre come il mese del raccolto, non solo attraverso le poesie e i racconti, i grappoli d’uva e le pannocchie appesi in classe, ora raccolgo un po’ veramente quello che la natura ha prodotto per suo conto o guidata dall’uomo.
É anche un mese autunnale, tutti lo sanno, ma vivere le giornate all’aperto quando splende ancora un bel sole, o con impermeabile per la  pioggia e la nebbia, è gioiosa e gratificante armonia.
Quindi ecco ottobre nei Cech: giornate di tranquilla raccolta all’aperto di prodotti coltivati o regalati dalla terra e di incanto ad osservare colori, respirare profumi e covare pensieri.

“I Cech”, per chi non lo sapesse, sono cosiderate tutte le zone poste sul versante sud delle Alpi Retiche dal lago di Como fino al taglio della Val Masino.

Quindi in autunno sui Cech si può ancora godere un po’ di calduccio, anche se l’aria mite del lago e quella rigida che scende dai ghiacciai della Val Masino, si scambiano i loro umori e nel corridoio dietro il Culmine di Dazio le “scighere” sono spesso in movimento.

I paesaggi a me familiari risevano sempre sorprendenti scorci, e in particolare il mutare del nostro rapporto mi invita a fermare il momento in scatti, pur incompleti e deludenti.
Ed eccomi a raccontare le mie emozioni ottobrine con immagini e parole
(alcune date del racconto sono link di pubblicazioni fatte su facebook)

Se volete ingrandire le foto cliccateci sopra e fatele scorrere

Martedì 01 ottobre

Controllo del campo di zafferano in sperimentazione: benissimo, i teli neri hanno funzionato: niente erbacce da pulire e tutti i bulbi hanno la loro piantina.

É proprio andata così, nonostante la mia avversione a questi brutti mantelloni neri che pezzano e soffocano in modo così innaturale i nostri campi e giardini. Chissà che si trovi qualche modalità meno rovinosa.

venerdì 11 ottobre

Da qualche giorno è iniziata la fioritura dello zafferano. Nel campo questa mattina sono da sola, c’è un bellissimo sole che richiede il cappello, ma l’aria è fresca e si lavora volentieri. É il cappello di Virginia Woolf, così lo chiamo perchè acquistato nel giardino della sua amica Vita, viaggiatrice, scrittrice e appassionata giardiniera. Durante il raccolto potrei anche pensare, immaginarmi in altri spazi, abbandonarmi al respiro della natura, alle gradazioni di viola ingioiellate di oro e del rosso dei preziosi pistilli, potrei se non dovessi contare i fiori che raccolgo, potrei se non dovessi contendermi i fiori con le amiche api che si nascondono nella profondità del loro richiamo. Conto e cerco trucchi per non dimenticarmi i totali parziali: 23 numero di mia sorella, e faccio la foto… 46 numero di casa… e rispondo al saluto dalla strada, ma ero a  100 o 200?

Poi in casa a terminare il lavoro di mondatura dei fiori, da cui togliere gli stimmi e farli essiccare. Accidenti quest’anno bisogna essiccare anche petali e quanto non utile a fare lo zafferano, non posso più restituire niente alle api. Accendo la radio, parlano di Calvino, lo stavo dimenticando, bisognerebbe avere più memoria per non dover ripetere le stesse cose, per questo che si ripetono anche tanti errori.

martedì 15 ottobre
Anche sotto la pioggia bisogna raccogliere i fiori dello zafferano, e prima che si aprano e si rovinino i pistilli.
Oggi ci è andata bene, ma eravamo organizzati. Ha poi piovuto per tutto il giorno! Siamo in coppia a raccogliere, non si può parlare, bisogna contare: essere in due è una distrazione in più. Sono impermeabilizzata e impacciata, ma è bello farcela e potersi premiare con una tazza di caffè che abbatte tutti i meriti.

giovedì 17 ottobre

Autunno al paesello dal sorgere al tramontare del sole.

Il sole illumina le cime, ancora non è nel campo. Meglio arrivare prima del sole per raccogliere i fiori: è ancora tutto bagnato, i petali stretti fra loro scivolano sotto le dita, gli stivali affondano nella terra nera tra i cumuli, la posizione è instabile ma bisogna far presto prima dell’arrivo del sole e delle api sul campo e di dover togliere i fiori non solo alla terra ma pure alle amiche api che non si mostrano felici! Ora però non dobbiamo più essiccare i petali, non si riesce a mantenerli, quindi metteremo tutto nell’orto su cui ronzeranno per tutto il giorno gli insetti. Questo scambio di attenzioni mi rende più in armonia con loro.

Le ore di sole non sono molte, alle 17 ci si saluta! Le api se lo godono tutto e noi?

Un giretto a raccogliere noci e castagne nel bosco vicino. Vorrei poter andare oltre, ma è difficile farsi strada fra i rovi e le pianticelle cresciute dopo alcuni disboscamenti recenti. Il terreno è umido e coperto di ricci e di castagne che rotolano mossi dal mio bastocino. Il sentiero che è rimasto è quello che hanno tracciato i cavalli e che continuano a percorrere di notte i cervi che popolano numerosi le zone. I cervi, le talpe, le cavallette, ma anche i cavalli, i maiali, le api… siamo in sintonia con loro o siamo i loro nemici? Abbiamo recintato il campo per poter preservare il raccolto, ma le talpe entrano e ci smuovono i bulbi, le api mettono un po’ di ansia, le cavallette hanno bisogno di cibo e se scelgono il sambuco del mio giardino non è piacevole. Le noci sono quasi tutte marce, le castagne sono buone. Torno a casa.

22 e 23 ottobre

Lavorare e godersi la natura in compagnia è dividere la fatica e moltiplicare le gioie! In campagna è più semplice stare con gli altri, gli spazi e i campi accolgono gli ospiti ricambiando la gioia della loro presenza.

I fiori di zafferano continuano a sbucare al centro della loro piantina, a volte pochi, a volte molti, ci vuole pazienza e costanza ma il nostro autunno ci premia e anche a fine ottobre pranziamo sotto l’ombrellone e alla sera, calato il sole, accendiamo la fiamma!

lunedì 28 ottobre

Oggi niente fiori, la giornata è tiepida e luminosa, quindi scarponi, bastoncini e contenitori: si va nel bosco a fare un po’ di scorta per l’inverno! Un sentiero porta nel piccolo bosco di noci e castagni, i frutti riempiono secchiello, sacchetti e zainetto; i ricci li ammucchiamo con la foglia colorata, ma cosa sarebbe bene tagliare, cosa lasciare, i ricci marciranno se si ammucchiano? se puliamo il terreno crescerà erba, ma poi l’erba andrà tagliata, e per chi? e lasciare che la natura faccia da sola? i ricci stanno sotto agli alberi con la foglia sparsa concimando e decomponendosi? i contadini raccoglievano la foglia per fare il letto alle bestie, in questo modo tenevano il bosco pulito si dice, ma cosa sarà meglio? Certo qualche albero va sistemato, se non lo si fa secca da solo e cade.

La nebbia è la regina
di queste due
ultime
giornate di ottobre
Come essere
sospesi nel nulla,
leggeri e liberi.
E a fine giornata anche i contadini si rilassano.

Con il raggiante ciclamino rosso in mezzo alle foglie cadute dalla pergola, l’ottobre dei Cech vi saluta: – Ciao, ci vediamo a novembre!

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Dalla Val Fabiòlo alla Val Tartano

Mercoledì 2 ottobre siamo riusciti a fare una passeggiata in montagna in compagnia di amici. Nonostante la copiosa pioggia notturna, al mattino siamo partiti con un po’ di tempo nuvoloso ma con buone previsioni per il pomeriggio.

Il programma della passeggiata ci doveva portare in una valle già poco soleggiata e ricca di vegetazione, dove abbiamo fatto colorati e inconsueti incontri con decine di salamandre, lungo la mulattiera che segue a spirale la stretta e ombrosa valle Fabiòlo.

Questa Valle ha inizio a Sirta, non si può dire si apre, perchè pare si nasconda dietro al piccolo paese. E risalendo fino a 1000 metri, ci porta a Campo, in Val Tartano. Giunti là dove il turismo è arrivato in seguito alla costruzione della “passerella nel cielo”, ci fermeremo a mangiare un buon piatto tipico. Scenderemo poi seguendo un altro percorso storico: il sentiero del Dos de la Crus. Sia la Val Fabiòlo che il sentiero del Dos sono le strade che gli abitanti di questi monti percorrevano a piedi, da soli o con le bestie, carichi di gerle o zaini per poter vivere e sfamare le proprie famiglie, questo fino alla costruzione della strada carrozzabile nel 1957. I bambini e i ragazzi anche le percorrevano tutti i giorni per recarsi a scuola o andare a messa, verso Sostila o la Sirta. E durante l’estate le ragazzine andavano per i sentieri a tagliare erba per le capre o raccogliere i fiori per le Madonne dei vari gisööi. E proprio i gisööi, le cappellette con dipinti soggetti religiosi, attirano l’attenzione ancora oggi: così visibili, posti in punti strategici del percorso per poter dare consolazione con una sosta di riposo e preghiera.

La Valle Fabiòlo, ho scoperto, è nota anche come “Valle degli spiriti” per le numerose leggende legate a questo luogo. Mentre raggiungiamo il primo ponte dove c’è la cappella d’inem la val, l’amica mi racconta infatti di spiriti che l’attraversavano con candele in mano, spaventando il povero viandante costretto a seguirli fino al cimitero di Sostila… e molte altre sono le storie, ora scritte sul libricino: “Su per la Valle alla ricerca di antiche leggende” (Liberale Libera e Franco Mottalini, 2013).

Alla località dei Bures, dove troviamo una cappelletta e alcune case, c’è la deviazione per Sostila che noi non faremo per proseguire verso Somvalle e Campo. Quindi raggiungiamo l’ultimo maggengo della valle, la Sponda, a 900 metri, qui ci sono anche le mucche al pascolo che si fanno sentire con le loro zampogne. Ecco ancora una bella cappelletta e alcune case dove si racconta si tenessero danze macabre e dove  si transitava pericolosamente anche col buio per raggiungere e conquistare l’amore. E infine la cappelletta del zapèl de uàl, oltre la quale si apre la piana luminosa di Somvalle, Cà e Campo.

E nel pomeriggio la veloce discesa dal Dos de la Crus, con il sole, le castagne e il panorama sulla bassa Valtellina.

Un video di due minuti per far rivivere la passeggiata sulle due mulattiere, una abitata da salamandre e la seconda con le castagne che cadevano sonore sull’acciottolato.

(per vedere la Val Fabiòlo ferita dalle frane dell’alluvione del 1987, QUI)

Nuova escursione in Val Fabiòlo il 09.07.2020 con percorso tracciato con app Relive:

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Il seggiolone risorto

Anche se domani è Pasqua, non c’entra con il seggiolone e il suo ritorno alla vita. Ma partiamo con ordine, l’ordine da cui inizia la storia del mio incontro con il seggiolone.

Al pranzo di ferragosto 2017 in Premiana ci serve un seggiolone per la nostra piccola Viola, ne viene recuperato uno molto vecchio in legno utilizzato trent’anni prima, ma ereditato già da una precedente generazione, quindi un seggiolone di almeno 60/70 anni. È decisamente inutilizzabile, ma interessa a me perchè è particolare, di forme curate e ingegnose. Il mio interesse era già stato sospettato, quindi il seggiolone è mio… speriamo che i tarli mi abbiano lasciato ancora un po’ di materiale!

Dunque il “povero legno” è adottato e fa ormai parte del mio impegno perchè torni decoroso e degno del rispetto che merita.

Durante la pulitura del seggiolone scopro due cerniere sulle gambe che ne permettono la piegatura e la successiva trasformazione in un passeggino e primi passi. La sedia ha un buco con tappo al centro, questa poteva quindi diventare anche un comodo porta vasino per un agevole utilizzo. Queste soperte mi stuzzicano ancora di più nel cercare il modo per farlo “rivivere”

Si parte con il lavoro: tolte le carte adesive, si evidenzia un piano troppo rovinato, spezzato e molto tarlato. Si deciderà di farlo rifare dal falegname, come pure un bastoncino dello schienale e la base di una gamba. Tolgo le viti che bloccavano la trasformazione pensando di cercare una modalità più funzionale di blocco e sblocco. Le quattro ruote che avrebbero dovuto servire per il passeggio non ci sono più, chissà se ne troveremo di adatte.

Alcune foto, cliccate per ingrandirle e scorrere la galleria

Su internet ho trovato un seggiolone uguale al nostro, ma completo di rotelle: ecco la trasformazione

Il falegname fa le opportune modifiche e mette anche una protezione di ceralacca, come lui consiglia per i legni antichi.
Ecco il seggiolone rinnovato, appena sceso dall’auto, che ammira il panorama!

di ritorno dal falegname

A Natale il rinnovato seggiolone ha avuto il compito di sostere e valorizzare il nostro vecchio ed esile alberello:

Nella casa di vacanza veniva usato come appoggio a libri, fogli… ma ora ha trovato il suo posto un nuovo amichetto:

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Scritto, documentato e pubblicato da

Maria Valenti/Alicemate  ^_^

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Prossimamente un post sul seggiolone di famiglia?

Una casa nei Cech (9) -la camera-

Prima di andare in soffitta (dirottati dalla lettura di Dostoevskij QUI), avrei dovuto fermarmi in camera. La camera degli sposi, dei proprietari, della coppia, dei genitori… è stata la prima e, per un po’ di anni, l’unica camera da letto completamente ristrutturata.

La sua rimessa a nuovo ha dovuto cedere spazio, ma ha guadagnato intimità. Chi infatti saliva nelle camere, in cima alla scala entrava direttamente nella prima stanza, che era quella di cui stiamo parlando, poi passava nella seconda e da qui nella terza, comunicavano direttamente una con l’altra, nessun spreco di spazi, ma chi stava nella stanza di mezzo,  era costretto a passare nella vicina per scendere o andare in bagno e c’era qualcun altro che passava nella sua. Certo che la privacy era ancora un lusso non per tutti! Spesso si stava anche nello stesso letto non solo nella stanza di genitori o fratelli, e a volte questa eccessiva promisquità poteva generare dei problemi non solo alle ragazze (come documenta don Milani nel suo Esperienze pastorali).

Le tre camere comunicanti, due sistemate per un primo utilizzo

Dunque lo spazio, come dicevo, si è ristretto perchè abbiamo creato, all’interno della prima stanza, uno svincolo di accesso alle altre due stanze e la scala a chiocciola per salire in soffitta.

Due foto fatte durante i lavori per la costruzione della scala a chiocciola e dello svincolo, oltre al rifacimento delle solette, prima sostenute da travi in legno. Abbiamo poi ricollocato alcune travi come “aggancio storico”

La vecchia finestra con gli scuri l’abbiamo un po’ ricopiata, il colore verde era dei serramenti di altre finestre di questa casa.

Questa nuova stanza l’abbiamo poi arredata con i vecchi mobili “della zia”, risanati e restaurati.

“Passano alcune estati di sonni più freschi, ma anche di qualche risveglio di buon’ora, bisticciando con qualche raggio che s’infilava fra gli scuri, qualche lettura sul davanzale in accordo col sole… poi le nostre vacanze si fanno sempre più brevi, fino al nuovo intervento di ristrutturazione, che cambierà l’uso e la destinazione di alcuni locali.

Anche i figli sono cresciuti, e si è formata una nuova famiglia. “

Questa stanza ospiterà ora i giovani sposi con la loro bimba.
Il lettino prende il suo angolino e parte dei mobili troverà altra collocazione… (estate 2018)

E la casa torna a vivere e sorridere, riaprendo porte e finestre, di vecchia e nuova generazione, al luminoso sole dei Cech!

Ma siamo in camera… shhh

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Scritto, documentato e pubblicato da

Maria Valenti/Alicemate  ^_^

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Ciao, alla prossima puntata! QUI

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