Giretto al sole da sola

Fosso a Morbegno

Tutti impegnati, sono sola e ho voglia di fare un giretto al sole, ma in particolare ho voglia di tornare sul caldo sentiero che ho fatto alcuni giorni fa, in discesa da Cermeledo-Dosso a Campovico-Sassello. Ieri è piovuto quindi è meglio farlo in salita perché è abbastanza ripido e con molti gradini in sasso, forse troverò acqua…

Quindi, con auto fino al Ponte di Ganda per recuperare un po’di tempo, anzi non trovando più parcheggio mi fermo al fosso.

Spedita, perchè si è fatto un po’ tardi e i pomerggi sono ancora brevi, raggiungo Campovico guardando la ripida montagna sopra alla Centrale… vedo un ruscello saltare sulle rocce e lo riconosco come quello che si attraversa sui sassi nel sentiero da Cermeledo verso San Bello, vedo i ruderi delle tre case, da cui spunta l’unica ristrutturata, e riconosco il passaggio di pochi giorni fa. Oggi tornerò a camminare sui loro larghi gradini.

Dopo un chilometro e mezzo, ecco la fontana, salgo nel bosco, abbasso la mascherina e respiro! Raggiunti i ruderi mi devo togliere la giacca, fotografo la vegetazione che mi aveva colpito già nel precedente passaggio: eriche arboree, erba dorada (Asplenio), piante grasse (Semprevivo dei tetti)… non sempre l’app mi dà risposte convincenti, ma certo anche lei faticherà con questa “selvatichezza”. Mi tolgo anche la felpa e resto in maglietta, i gradini sono tanti e si sta bene leggeri! Qualche foto alle scale e al paesaggio come se non dovessi più tornare, ma anche se tornassi in primavera sarebbe tutto diverso, fiorito, e se tornassi solo in estate? No troppo caldo, in autunno sì, ma forse non sarà più possibile. Quindi mi faccio una foto ricordo di me che cammino, di me che sono soddisfatta. Non c’è nessuno… ed eccomi arrivata all’incrocio col sentiero per San Bello, sì quello dove si attraversa il ruscello. È presto quindi non torno subito indietro, decido di fare qualche giretto in libertà: eccomi alla Chiesa di Cermeledo dove torno bambina e scopro “le differenze” di oggi con i ricordi di allora. Le cappellette proprio non c’erano, le fotografo e la chiesa quella sì con il suo piccolo e caldo sagrato. Mi sono dovuta rimettere la giaccchetta però, qui sul dosso c’è un po’ d’aria e non siamo in estate!
Adesso vado a Selvapiana perchè vorrei capire dove porta il sentiero che ho visto sotto alla chiesetta, magari trovo qualche altro buon passaggio. Sono spedita, almeno così mi sembra, mi sento bene, qualcuno lavora all’agriturismo, due ciclisti mi superano, scendo alla chiesa, sul piccolo sagrato è parcheggiato un camioncino di operai, mi immetto nel sentiero e incrocio subito un ragazzo a cui chiedo informazioni: accidenti è solo un sentiero fra le case, procedo verso Acquamarcia, e poi decido di scendere verso Marsellenico, da qui sicuramente ci sarà una stradetta che evita di andare a Santa Croce! Eccomi nella piazzetta con una fontana, tutto disabitato ma ordinato questo nucleo di case a me sconosciuto, scendo e cerco possibili sentieri, un bosco c’è e pare che la strada sia appena sotto… ma non vedo nessuna traccia di possibili passaggi, mi rassegno e torno di nuovo sulla strada per Santa Croce! Ah, ho visto una chiesetta trasformata in abitazione, non so se mi piaccia o no, so che in altri posti si fanno queste trasformazioni, nei nostri paesini è insolito.

Il sole sta scendendo, c’è una bella vista e scatto foto alle Orobie! Ancora? Sì è vero ne ho già di Morbegno da questo punto di vista, e di Talamona anche, e delle cime sopra anche, chissà perchè faccio tante foto!

Perfino la ripida discesa da Santa Croce mi sembra meno impegnativa del solito, quando si fanno le cose molte volte diventano più facili, poi smetterò anche di fare foto e sarò più veloce e leggera?

Fermo la ripresa del GPS, salgo in macchina e mi accorgo che il video non mi ha chiuso il percorso. Boh! Lo chiuderò io sulla cartina.

 

Video relive Giretto al sole  di cui ho raccontato sopra (di lunedì 8 febbraio)

Video relive precedente in cui sono scesa dallo stesso sentiero a scale: Campovico-Cermeledo  (del 5 febbraio)

Foto del pomeriggio al sole:

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Aggiungo la camminata del 26 febbraio 2021, salendo dallo stesso sentiero, ma con mio figlio. Dura la scala al suo passo. Sempre bella però: tantissime violette sulla salita.

Nella ripida discesa da San Bello a Morbegno tante Vitalbe, affascinante arbusto lianoso infestante coperto in questo periodo di numerose palle di lanugine.

Cerco su internet  “la lanugine è formata dall’intreccio degli stili, cioè ogni seme ha attaccata questa coda piumosa, che ha lo scopo di facilitare la diffusione.

 

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Le tre chiese nel Gisöl di Selvapiana

In una cappelletta o gisöl in località Selvapiana, frazione di Morbegno (Sondrio), sulla Costiera dei Cech,  possiamo vedere un moderno dipinto (di V. Deon del 2001). Questo dipinto (vedi immagine a destra) rappresenta “Gesù Buon Pastore”: il Buon Pastore ha un lungo bastone e le pecorelle intorno, fra loro una, nascosta dietro a Gesù, è nera. Ci sarà un nesso con il vicino agriturismo?
Sullo sfondo la Costiera con il taglio della valle del torrente Tovate che, nell’ultimo tratto, per raggiungere il fondovalle, deve farsi strada fra il fianco del Monte e il Culmine di Dazio.

Ma quali sono le tre chiese raffigurate?

Sono le tre Chiese più vicine a questa cappelletta e nella passeggiata del 30 gennaio 2021, che visualizzate nella mappa sotto, le abbiamo incontrate tutte e tre, e abbiamo anche salutato la cappelletta.

Mi è parso curiosa questa immagine che unisce religiosità,  attività commerciale e sullo sfondo, l’ambiente geografico locale.

Le chiese si possono riconoscere per la facciata e la posizione: quella  di Campovico in basso a destra, quella di Cermeledo in centro e di Selvapiana a sinistra.

Vediamo alcune notizie su queste tre Chiese e i loro fedeli?

Chiesa di Campovico

Chiesa della Visitazione di Campovico

La chiesa parrocchiale di Campovico, dedicata alla Visitazione della Beata Vergine Maria, se ne sta arroccata a 281 metri su un bel poggio che domina il paese. La chiesa fu eretta a parrocchia nel 1602 e consacrata nel 1706, dopo che era stato edificata sopra alla precedente; in quel periodo, la chiesa parrocchiale era quella di S. Nazzaro a Cermeledo ed ancora oggi la parrocchia comprende, oltre alla centrale chiesa a Campovico, la chiesa di S. Nazzaro, la chiesa di S. Benigno de Medici o San Bello e la chiesa di S. Giuseppe a Selvapiana.

Campovico è una frazione di Morbegno. I suoi suoi abitanti, leggiamo in un documento storico: “Alquanto diversa da quella di Morbegno è la popolazione di Campovico che appartiene alla stirpe dei Cech, d’origine franca. Di qua dell’Adda, essendo la zona meno fertile e poco solatia, l’elemento barbarico si diffuse assai meno e le antiche genti etrusche e romane poterono sussistere, nella zona dei Cech ebbero invece il sopravvento i Longobardi e i Franchi”
Le origini del borgo di Campovico sono probabilmente legate ad un antico porto sull’Adda, quando ancora questa era navigabile. Non sappiamo fino a che epoca, ma nel Quattrocento il porto di Campovico non c’era più, in un documento del 1395 i suoi abitanti si erano trasferiti dal piano a Cermeledo, soprattutto per le conseguenze delle rovinose piene del Toate e dell’Adda.

Chiesa di san Nazzaro di Cermeledo

Chiesa di Cermeledo
Si tratta della secentesca chiesa di S. Nazzaro di Cermeledo, la cui importanza è testimoniata dal fatto che nei secoli XVII e XVIII fu chiesa parrocchiale di Campovico, quando buona parte della popolazione del comune era concentrata qui. Il primo nucleo della chiesa dedicata ai santi Nazzaro e Celso, fu edificato, dalla famiglia Castelli Sannazzaro, nel 1369 e fu poi ampliato nel 1624. Siamo in località Dosso del Visconte o semplicemente “el dòs”, con voce dialettale.
Oggi sul sagrato della chiesa regna quasi sempre una profondissima quiete.

Cermeledo, anch’essa frazione di Morbegno e, prima del 1938 frazione di Campovico, quando venne aggregato al comune di Morbegno. Piccolo borgo rurale che si trova, nascosto fra i castagni, a monte di Campovico, a 461 metri.

Di particolare importanza storica, nel vicino dosso del Visconte, dove sorge la Chiesa, ebbe sede il Visconte di Valtellina in età carolingia (fino al 1037)
Data la natura dei luoghi, gli abitanti di Campovico furono indotti, in passato, a trasferirsi qui in massa, per sfuggire alle conseguenze delle vicende belliche e alle rovinose di alluvioni dell’Adda e del Tovate o Toate. Il Tovate merita una breve parentesi: secondo una voce assai antica, in origine scendeva a valle sul versante della Val Masino, immettendosi direttamente nel torrente Masino; trovò poi la nuova via, scaricando periodicamente la sua furia nella piana di Campovico.

Per raggiungere Cermeledo possiamo salire da Campovico lungo l’antica mulattiera trasformata oggi in un tratturo in cui il fondo in asfalto e cemento risparmia solo per brevi tratti l’antico fondo acciottolato.

Chiesa di Selvapiana

Chiesa di San Giuseppe di Selvapiana

La chiesetta dedicata a San Giuseppe ha sulla facciata un dipinto del santo, con l’immancabile giglio nella mano sinistra ed il Bambin Gesù nella destra.

Qui scendevano, fino agli anni cinquanta del secolo scorso, i contadini di Civo per i lavori primaverili nelle vigne. Anche la scuola elementare per qualche settimana scendeva con loro.

Selvapiana con le sue belle case, è uno dei nuclei meno noti ma più straordinari e panoramici della Costiera dei Cech orientale.

Abbiamo scoperto quali sono le chiese del dipinto, il motivo della scelta sarà perchè sono le più vicine a questo luogo (vedi mappa) e forse questa cappelletta è di proprietà del vicino agriturismo dal nome “Pecora Nera”.

 Le informazioni sono state tratte e sintetizzate dalle belle pubblicazioni di 
(Massimo Dei Cas, www.paesidivaltellina.it)

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Una casa nei Cech (14) -il soggiorno-

Dopo le attenzioni all’orticello (vedi qui), ai piccoli raccolti, con qualche soddisfazione e nuove esperienze culinarie, ora lasciamo riposare la terra sotto l’abbondante nevicata e mettiamoci comodi in soggiorno.

Qualche premessa indispensabile.

All’acquisto della casa nei Cech scoprimmo che c’era “un locale” non di proprietà dei venditori, si trattava di una porzioncina al primo piano con accesso autonomo dal vicolo pubblico. Questo locale era chiamato “locale dei morti”, ed era di proprietà degli abitanti del paese. Questa, come altre simili proprietà pubbliche, faceva parte di lasciti di privati a favore della popolazione del paese che poteva utilizzarli a suo bisogno. Per gestire queste proprietà c’era un’associazione con amministratori. Quindi ci siamo dovuti rivolgere agli amministratori per chiedere l’acquisto di questo “locale”.

Perchè si chiamasse locale dei morti pare dipendesse proprio dal fatto che “chi moriva” poteva lasciare qualcosa al paese. Altri ci dissero che il nome poteva derivare anche dall’utilizzo di questi spazi come camera mortuaria o per emergenze di aiuto a chi si trovasse senza casa per qualche disgrazia, la più ricorrente era l’incendio. Questo nome poco allegro non ci distolse dal procedere a continuare le pratiche di acquisizione della casa dallo sguardo che si perdeva nella valle e la facciata che si scaldava al sole.

Come avremmo poi utilizzato questi spazi separati fra loro per ora non ci preoccupava: avremmo cominciato a conoscerli e usarli così come ce li avevano consegnati il tempo e le storie che racchiudevano. Storie di gente di montagna, di famiglie numerose, di padri partiti per cercare fortuna in America o nelle grandi città italiane ed europee, principalmente sappiamo di abitanti rimasti sia in America che a Roma. Il tempo di queste mura, di questi legni, delle porte con catenacci e chiavistelli non è lo stesso per tutta la casa. Ci sono parti esistenti almeno dal 1800 a cui si sono aggiunti, addossamdosi ai precedenti, nuovi spazi, sfruttando sostegni e sassi già collocati. Non ci sono carte, nè progetti, nè calcoli scritti da professionisti, erano i proprietari stessi, che avevano pratica di come costruire muri con i sassi e le terre a loro disposizione, erano gli abitanti stessi che aumentavano la proprietà quando ne avevano la possibilità. Spesso dopo qualche anno di lavoro lontano dal paesino si tornava con qualche soldo in più e allora si aggiungeva un nuovo camino, un forno, una stanza, un balcone, un rubinetto…

Ebbene il “locale dei morti” è diventato di nostra proprietà e la casa è completa, ora si può pensare a come metterla in sicurezza, ma di questo ne ho già parlato e ne parleremo ancora in avvenire, visto che la ristrutturazione sta procedendo poco per volta per non snaturare questo piccolo “museo di vita contadina”.

   – In questo articolo vorrei mostrarvi come abbiamo ottenuto l’attuale soggiorno, ed è proprio trasformando il locale dei morti che i lavori ci hanno consegnato un confortevole luogo per stare a tavola in compagnia, lavorare, rilassarci, giocare…

– Com’era e cosa c’era nel vecchio locale?

In fondo al vicolo dall’acciottolato sconnesso, due gradini arrivano alla porta che ci apre un piccolo stanzino dal soffitto basso in legno. In questo stanzino c’è una scaffalatura alla buona ma robusta su cui sono rimasti alcuni vecchi attrezzi da muratore: secchielli, cazzuole, martelli, chiodi, fili di ferro, cartelli da cantiere. Dal primo stanzino si passa ad un secondo ancora più piccolo. Scopriremo che metà di questo è occupato dal forno del pane coperto di materiale e chiuso nei muri per essere isolato e poter raggiungere la temperatura per cuocere il pane.  Il pavimento è di un cemento polveroso, le finestre, piccole aperture senza vetri, sono chiuse da ferri incrociati. (le foto sotto sono state scattate da noi nel 2004)

– La porta è stata riutilizzata per il nuovo locale attrezzi, una finestrella avrei voluto conservarla ma non è stato possibile. I due vani a muro verranno invece ripuliti e mantenuti. I due finestrini saranno sostituiti da una finestra più grande e da una porta a vetri

Ecco la trasformazione?

Quali lavori sono stati fatti nel 2015/16 per avere questa trasformazione? Alcune foto per renderci l’idea di questa seconda fase di ristrutturazione, il collegamento alla cucina e la conservazione della “bocca del forno”…

– Durante la prima fase di ristrutturazione avevamo previsto e preparato il passaggio verso questo soggiorno. Allora avevamo scoperto che la volta del forno era tutta coperta da materiale chiuso fra i muri, abbiamo quindi richiuso provvisoriamente con mattoni (vedi foto) e per dieci anni il passaggio è stato una nicchia con mensole per riporre oggetti. Ma ora al posto della nicchia un tondo passaggio ci conduce nel soggiorno!

Possiamo senz’altro essere soddisfatti di avere questo nuovo locale, caldo, luminoso e spazioso, anche se i tempi per la sua realizzazione sono stati decisamente lunghi.

Il soggiorno della casa dei cech vi saluta con i due cimeli storici che conserva: l’armadietto degli operai e la bocca del vecchio forno del pane, e un ciao anche dai due attrezzi incorniciali e dalle vecchie chiavi che ci ricordano l’arte antica dei fabbri per la vita dei contadini delle nostre montagne:

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Al lago, da San Fedelino!

Facciamo una passeggiata al lago? Anche se ci troveremo ancora nei boschi e sui sentieri, a scrutare lo spuntare dei funghi. Non si tratta dunque della passeggiata sul lungolago, ma in luoghi isolati, raggiunti, al tempo degli imperatori romani, da un soldato perseguitato. Anzi il lago lo vedremo solo dall’alto di un belvedere, chiamato “Il salto delle capre” perchè al tempietto di San Fedelino, dove un tempo arrivava il lago, ora scorre il fiume Mera che alimenta il lago di Novate Mezzola.

Quindi attivo l’App di Relive per giocare un po’ con le mappe, i tempi, le altitudini, e i nostri scatti. Alla fine ecco il nostro giro, tempi rilassati e le foto più significative nel breve video:

 

La mappa completata:

La mappa costruita da Relive sul nostro cammino.

Alcune informazioni prese da qui su  SAN FEDELE, FRA STORIA E LEGGENDA

Ecco quel che scrive, in proposito, Giovanni Guler von Weineck, che fu governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie nel 1587-88, nella sua opera “Rhaetia”, pubblicata a Zurigo nel 1616: “Restano… sul posto dell’antica Samolaco, i ruderi di alcune torri ed una parte della chiesa che era stata eretta in onore di S. Giovanni. In quel luogo fu martirizzato S. Fedele dai sicari di Massimiano, che allora insieme con Diocleziano governava l’Impero Romano, perseguitando il Cristianesimo. Il corpo del Santo fu in seguito, nell’anno 1437, trasferito di lì con solenni cerimonie a Como.

Fedele venne proclamato santo e, per celebrare la sua memoria, nel luogo del suo martirio fu eretto un primo tempietto che custodiva la sua tomba, ricordato già fra la fine del V secolo e gli inizi del VI dal vescovo di Pavia e scrittore Ennodio. Il tempietto andò in rovina, e, fu sostituito, qualche secolo dopo, nel 964, dall’attuale tempietto in stile romanico, mentre le sue spoglie vennero trasportate a Como.
Il nuovo tempietto, per le sue dimensioni ridotte, venne ben presto chiamato San Fedelino.

L’edificio, proprietà della parrocchia di Novate Mezzola, ha dimensioni ridotte (m. 6,2 x m. 4,5) ed ha una pianta quadrata, con l’abside rivolta ad est, il punto cardinale che simboleggia la luce nascente. Sul lato opposto, ad ovest, dovrebbe trovarsi la facciata, che però è addossata alla roccia del monte Berlinghera, in quanto il tempietto venne costruito sullo stretto lembo di terra compreso fra il monte ed il lago, che ora si è ritirato, lasciando il posto al fiume Mera, che scende dalla piana di Chiavenna.
Il tempietto, restaurato una prima volta nel 1905 ed una seconda fra il 1993 ed il 1994, può essere raggiunto, in traghetto, partendo dalla sponda nord-orientale del lago, in territorio di Novate Mezzola, oppure, con una suggestiva e facile camminata, per via di terra, partendo da Casenda, frazione di Samolaco.
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Chempo – Regurs “Balun”- Cevo

Da Chempo a Regurs “Balun”, poi a Cevo dal sentiero… e ritorno dalla carreggiata.

Tutto l’anello fatto a piedi il 22 luglio 2020.

Le foto del percorso: clicca su una foto se vuoi ingrandirla e far scorrere la galleria.

Siamo soddisfatti! Abbiamo fatto tutto il percorso a piedi, come dovevano le genti di un tempo, senza altri mezzi che difficili sentieri, selvagge mulattiere, animali e carri.

Noi certamente più fortunati: con solo un comodo zainetto e leggere racchette di aiuto… ma insomma un po’ di fatica l’abbiamo sentita, oltre alla gioia di stare in sintonia con la natura!

La visita al Balun è consigliata, la discesa da Caspano a Cevo un po’ meno, ma riuscire a fare l’anello completo è una bella soddisfazione.

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Da Cevo… nella Valle di Spluga

Scrivevo su facebook domenica 21 giugno alle ore 15:59: ho raggiunto questo mondo grazie alla volontà… e alla mancanza di  rappresentazione del percorso. La rappresentazione me la sono costruita cammin facendo, come pure la volontà si è imposta lungo il percorso.

Dunque l’obiettivo era scoprire la Valle di Spluga, una valle poco nominata, poco frequentata, fuori dalle gite estive. Chissà perchè?

Lo abbiamo scoperto avvicinandoci ad essa. Difficile salita, poche case e quasi completamente abbandonate nel primo nucleo, ridotte a ruderi nel secondo nucleo, dove poi ci siamo fermati.

Nella mappa sopra della Swisstopo viene indicato il Monte Spluga dove altre indicano il Desenico (plastico della Provincia di Sondrio), mentre il Monte Spluga a volte è una seconda denominazione della Cima del Calvo (mappa Konpass):

Salendo ho scattato alcune foto, perchè mi piace e per poter prendere respiro.

Cliccare su una foto per ingrandire, far scorrere la galleria
e leggere le didascalie:

Il ritorno è stato decisamente meno impegnativo, anche se le racchette sono state indispensabili per frenare e rassicurare.

Da Ceresolo ho fotografato le immagini sacre di devozione popolare o lasciate in memoria di persone che hanno perso la vita in questi luoghi, immagino per incidenti causati dalla impervietà del percorso.

Chissà se la prossima volta che ci avventuriamo avremo la volontà di raggiungere i laghi a 2163 m s.l.m.

Link per approfondire: QUI

Carte on line qui

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Dalla Val Fabiòlo alla Val Tartano

Mercoledì 2 ottobre siamo riusciti a fare una passeggiata in montagna in compagnia di amici. Nonostante la copiosa pioggia notturna, al mattino siamo partiti con un po’ di tempo nuvoloso ma con buone previsioni per il pomeriggio.

Il programma della passeggiata ci doveva portare in una valle già poco soleggiata e ricca di vegetazione, dove abbiamo fatto colorati e inconsueti incontri con decine di salamandre, lungo la mulattiera che segue a spirale la stretta e ombrosa valle Fabiòlo.

Questa Valle ha inizio a Sirta, non si può dire si apre, perchè pare si nasconda dietro al piccolo paese. E risalendo fino a 1000 metri, ci porta a Campo, in Val Tartano. Giunti là dove il turismo è arrivato in seguito alla costruzione della “passerella nel cielo”, ci fermeremo a mangiare un buon piatto tipico. Scenderemo poi seguendo un altro percorso storico: il sentiero del Dos de la Crus. Sia la Val Fabiòlo che il sentiero del Dos sono le strade che gli abitanti di questi monti percorrevano a piedi, da soli o con le bestie, carichi di gerle o zaini per poter vivere e sfamare le proprie famiglie, questo fino alla costruzione della strada carrozzabile nel 1957. I bambini e i ragazzi anche le percorrevano tutti i giorni per recarsi a scuola o andare a messa, verso Sostila o la Sirta. E durante l’estate le ragazzine andavano per i sentieri a tagliare erba per le capre o raccogliere i fiori per le Madonne dei vari gisööi. E proprio i gisööi, le cappellette con dipinti soggetti religiosi, attirano l’attenzione ancora oggi: così visibili, posti in punti strategici del percorso per poter dare consolazione con una sosta di riposo e preghiera.

La Valle Fabiòlo, ho scoperto, è nota anche come “Valle degli spiriti” per le numerose leggende legate a questo luogo. Mentre raggiungiamo il primo ponte dove c’è la cappella d’inem la val, l’amica mi racconta infatti di spiriti che l’attraversavano con candele in mano, spaventando il povero viandante costretto a seguirli fino al cimitero di Sostila… e molte altre sono le storie, ora scritte sul libricino: “Su per la Valle alla ricerca di antiche leggende” (Liberale Libera e Franco Mottalini, 2013).

Alla località dei Bures, dove troviamo una cappelletta e alcune case, c’è la deviazione per Sostila che noi non faremo per proseguire verso Somvalle e Campo. Quindi raggiungiamo l’ultimo maggengo della valle, la Sponda, a 900 metri, qui ci sono anche le mucche al pascolo che si fanno sentire con le loro zampogne. Ecco ancora una bella cappelletta e alcune case dove si racconta si tenessero danze macabre e dove  si transitava pericolosamente anche col buio per raggiungere e conquistare l’amore. E infine la cappelletta del zapèl de uàl, oltre la quale si apre la piana luminosa di Somvalle, Cà e Campo.

E nel pomeriggio la veloce discesa dal Dos de la Crus, con il sole, le castagne e il panorama sulla bassa Valtellina.

Un video di due minuti per far rivivere la passeggiata sulle due mulattiere, una abitata da salamandre e la seconda con le castagne che cadevano sonore sull’acciottolato.

(per vedere la Val Fabiòlo ferita dalle frane dell’alluvione del 1987, QUI)

Nuova escursione in Val Fabiòlo il 09.07.2020 con percorso tracciato con app Relive:

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Una casa nei Cech (10) -ambienti e attrezzi da lavoro-

E dopo il riposo (qui), iniziava di buon’ora una giornata di lavoro. In casa e nel paese c’era da fare per tutta la famiglia, lo testimoniano la distribuzione degli spazi, dove quelli per produrre superavano quelli abitativi: ecco infatti molte stalle, fienili, pollai, orti, campi e prati ricavati tagliando parte di bosco; boschi preziosi per ricavare legna e castagne, funghi, frutti selvatici.

Oggi come servizi nelle case sono intesi i bagni, i ripostigli, i locali attrezzi, i garage…

Un tempo quali potevano essere i locali, meglio gli spazi di servizio? Anche allora c’erano i depositi attrezzi per l’agricoltura, le cantine e i solai, ma anche i rifugi per le galline, per le pecore, il posto per allevare il maiale o i conigli, oltre alle stalle vere e proprie per le mucche. Tutti questi spazi di lavoro erano vicino alle abitazioni, spesso sotto alle abitazioni stesse.

Insomma a ben vedere in queste case rurali dei nostri paesi era tutto in funzione del lavoro agricolo e di allevamento a cui ci si doveva dedicare la famiglia intera per riuscire a vivere e crescere i figli. Quando poi gli uomini hanno trovato un lavoro più sicuro nelle fabbriche,  questi impegni sono stati in parte mantenuti, occupando il tempo libero e l’aiuto delle donne e dei ragazzi.

Fermiamoci qui e andiamo a vedere cosa c’era nella casa nei Cech, adattata come abitazione intorno al 1900, ma precedente come utilizzo agricolo, e abitata fino al 1970 circa.

per vedere meglio cliccare sulla foto che si ingrandisce

 

La zona occupata da animali e attrezzi era quella seminterrata a sinistra, nella foto è nascosta dalla vegetazione cresciuta per l’abbandono, ma si vedeva chiaramente il recinto del pollaio e la retrostante porta che permetteva alle galline di rifugiarsi per la notte e per il freddo. Nello stesso ambiente c’era una parte adibita all’allevamento del maiale, recintato e con il grosso trogolo dove si versavano gli alimenti per “ingrassarlo”.

Per visualizzare meglio guardiamo i due portoncini a destra, visibili dopo i primi interventi di ristrutturazione. Questi spazi furono in un primo momento, solo ripuliti e messi in sicurezza. Ora sono stati recuperari completamente per nuovi “servizi”.

La porta di sinistra era quella per far entrare le galline e tenere il maiale.

La porta a destra portava in un ambiente buio e stretto che, ci è stato detto, veniva utilizzato come rifugio per le pecore, ma anche come deposito attrezzi. Questo secondo uso è testimoniato anche dal fatto che noi, ripulendo il fondo del locale, abbiamo trovato sotto la terra molti pezzi di attrezzi da lavoro, solo la parte in ferro, quella in legno era stata consumata; erano attrezzi da lavoro per la campagna e per il taglio del bosco.

Appena ho potuto ho sistemato i pochi e vecchi oggetti di legno perchè i tarli smettessero di mangiarseli. Fra questi ho recuperato il grande contenitore che serviva da trogolo per il maiale.

I ferri ritrovati li ho messi da parte per poterli poi osservare ed eventualmente rivalorizzare.

Ogni tanto prendevo un oggetto che mi incuriosiva, lo ripulivo e lo collocavo qua e là: i campanacci delle mucche ora li uso per chiamare al pranzo, molti chiodi sono stati utilizzati per sostenere fili o appendere oggetti.

Quest’estate finalmente ho avuto un po’ più di tempo e sono riuscita a ripulire diversi attrezzi: zappini, zapponi, vanghe, badili, forche, picconi, accette e altri piccoli oggetti. Non ho ancora terminato, mancano mazze, catenacci, cardini… ma ormai sappiamo che sarà fatto.

Alcuni momenti del recupero:

 

 

Se poi qualche amica o amico ricevesse in dono un “pezzo di questi ferri”, spero lo apprezzi come un oggetto che racconta le fatiche e intelligenze della nostra umile e operosa gente valtellinese.

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Ciao, alla prossima puntata! QUI

Il seggiolone risorto

Anche se domani è Pasqua, non c’entra con il seggiolone e il suo ritorno alla vita. Ma partiamo con ordine, l’ordine da cui inizia la storia del mio incontro con il seggiolone.

Al pranzo di ferragosto 2017 in Premiana ci serve un seggiolone per la nostra piccola Viola, ne viene recuperato uno molto vecchio in legno utilizzato trent’anni prima, ma ereditato già da una precedente generazione, quindi un seggiolone di almeno 60/70 anni. È decisamente inutilizzabile, ma interessa a me perchè è particolare, di forme curate e ingegnose. Il mio interesse era già stato sospettato, quindi il seggiolone è mio… speriamo che i tarli mi abbiano lasciato ancora un po’ di materiale!

Dunque il “povero legno” è adottato e fa ormai parte del mio impegno perchè torni decoroso e degno del rispetto che merita.

Durante la pulitura del seggiolone scopro due cerniere sulle gambe che ne permettono la piegatura e la successiva trasformazione in un passeggino e primi passi. La sedia ha un buco con tappo al centro, questa poteva quindi diventare anche un comodo porta vasino per un agevole utilizzo. Queste soperte mi stuzzicano ancora di più nel cercare il modo per farlo “rivivere”

Si parte con il lavoro: tolte le carte adesive, si evidenzia un piano troppo rovinato, spezzato e molto tarlato. Si deciderà di farlo rifare dal falegname, come pure un bastoncino dello schienale e la base di una gamba. Tolgo le viti che bloccavano la trasformazione pensando di cercare una modalità più funzionale di blocco e sblocco. Le quattro ruote che avrebbero dovuto servire per il passeggio non ci sono più, chissà se ne troveremo di adatte.

Alcune foto, cliccate per ingrandirle e scorrere la galleria

Su internet ho trovato un seggiolone uguale al nostro, ma completo di rotelle: ecco la trasformazione

Il falegname fa le opportune modifiche e mette anche una protezione di ceralacca, come lui consiglia per i legni antichi.
Ecco il seggiolone rinnovato, appena sceso dall’auto, che ammira il panorama!

di ritorno dal falegname

A Natale il rinnovato seggiolone ha avuto il compito di sostere e valorizzare il nostro vecchio ed esile alberello:

Nella casa di vacanza veniva usato come appoggio a libri, fogli… ma ora ha trovato il suo posto un nuovo amichetto:

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Prossimamente un post sul seggiolone di famiglia?

Una casa nei Cech (9) -la camera-

Prima di andare in soffitta (dirottati dalla lettura di Dostoevskij QUI), avrei dovuto fermarmi in camera. La camera degli sposi, dei proprietari, della coppia, dei genitori… è stata la prima e, per un po’ di anni, l’unica camera da letto completamente ristrutturata.

La sua rimessa a nuovo ha dovuto cedere spazio, ma ha guadagnato intimità. Chi infatti saliva nelle camere, in cima alla scala entrava direttamente nella prima stanza, che era quella di cui stiamo parlando, poi passava nella seconda e da qui nella terza, comunicavano direttamente una con l’altra, nessun spreco di spazi, ma chi stava nella stanza di mezzo,  era costretto a passare nella vicina per scendere o andare in bagno e c’era qualcun altro che passava nella sua. Certo che la privacy era ancora un lusso non per tutti! Spesso si stava anche nello stesso letto non solo nella stanza di genitori o fratelli, e a volte questa eccessiva promisquità poteva generare dei problemi non solo alle ragazze (come documenta don Milani nel suo Esperienze pastorali).

Le tre camere comunicanti, due sistemate per un primo utilizzo

Dunque lo spazio, come dicevo, si è ristretto perchè abbiamo creato, all’interno della prima stanza, uno svincolo di accesso alle altre due stanze e la scala a chiocciola per salire in soffitta.

Due foto fatte durante i lavori per la costruzione della scala a chiocciola e dello svincolo, oltre al rifacimento delle solette, prima sostenute da travi in legno. Abbiamo poi ricollocato alcune travi come “aggancio storico”

La vecchia finestra con gli scuri l’abbiamo un po’ ricopiata, il colore verde era dei serramenti di altre finestre di questa casa.

Questa nuova stanza l’abbiamo poi arredata con i vecchi mobili “della zia”, risanati e restaurati.

“Passano alcune estati di sonni più freschi, ma anche di qualche risveglio di buon’ora, bisticciando con qualche raggio che s’infilava fra gli scuri, qualche lettura sul davanzale in accordo col sole… poi le nostre vacanze si fanno sempre più brevi, fino al nuovo intervento di ristrutturazione, che cambierà l’uso e la destinazione di alcuni locali.

Anche i figli sono cresciuti, e si è formata una nuova famiglia. “

Questa stanza ospiterà ora i giovani sposi con la loro bimba.
Il lettino prende il suo angolino e parte dei mobili troverà altra collocazione… (estate 2018)

E la casa torna a vivere e sorridere, riaprendo porte e finestre, di vecchia e nuova generazione, al luminoso sole dei Cech!

Ma siamo in camera… shhh

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Scritto, documentato e pubblicato da

Maria Valenti/Alicemate  ^_^

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Ciao, alla prossima puntata! QUI

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