Orto di casa 2020

Anche quest’anno ho intenzione di fare l’orticello, ho iniziato a seminare i piselli come promesso. I piselli si seminano prima delle altre piante, quindi ho sistemato un piccolo pezzetto solo per loro, il resto arriverà.

Per non dimenticare il lavoro fatto lo scorso anno e recuperare gli apprendimenti e i piccoli divertimenti… ho pensato di raccogliere foto e post di facebook per tenere memoria.

Sotto, la foto con denominazione dei prodotti che avevo seminato.

Quest’anno lavorerò le prime due strisce che sono già libere, oltre ai piselli metterò ancora le cipolle, ma non bianche, e chissà…

La vangatura e rastrellatura del terreno l’avevo fatta presto, il terreno era molto argilloso e ho poi dovuto tornare a concimare. Quest’anno quindi concimerò appenna vangato e lascerò assorbire prima di seminare  (video di pochi secondi dimostrativi, non per insegnare, ma per documentare i fatti 😉

Video vangatura

Video rastrellatura

09 aprile 2020

Ed ecco il piccolo orto rimesso in funzione dopo anni: il basilico e i pomodori li avevo seminati nei vasetti.

19 aprile 2020

Le cipolline le ho collocate in fila nel loro spazio per facilitare la pulitura, ma forse è più utile essere molto precisi nel pulire da infestanti il terreno prima della semina! Un pezzetto di terra per accogliere alcune patate che stavano germogliando, e lattuga, prezzemolo, cetrioli, zucchine, carote in seme…

 

5 maggio 2020

Che meraviglia veder germogliare o attecchire le pianticelle al loro posto. Alcune devo riseminarle, i semi erano vecchi e avevano perso la vitalità… meglio usare buste nuove o almeno ancora sigillate.

27 maggio 2020

L’orto in crescita: ricopro il terreno con pacciamatura di erba per evitare che si secchi troppo e per frenare la crescita di piante infestanti

15 giugno 2020

Oggi ho ”importunato” le carote, poi anche tutto il resto. L’ordine è ripristinato, ora me ne disoccupo per un po’ … Bello disoccuparsi, è un po’ starsene scialli e lasciare in pace gli altri, ma solo dopo averli importunati 😉

24 giugno 2020

La natura stupisce, la lattuga si può portare in tavola, ma le cipolle mi preoccupano perchè sono troppo esposte, il mio esperto consigliere mi tranquillizza. Cerco di averne cura, innaffio e controllo.

luglio 2020

Si raccoglie: il basilico e il prezzemolo sono perfetti, ci profumano e insaporiscono i piatti e la lattuga è sempre gradita, se un po’ cresciutella la si taglia più sottile. I pomodori insalatari faticano a maturare, i datterini rossi e gialli sono squisiti (per le ricettine vedere il post Dall’orto alla tavola). Il sedano si è poi ammalato; i porri? ce ne vorrebbe un orto intero, si utilizza talmente poco! Le melanzane non sono maturate bene.

6 settembre 2020

Brave le zucchine a rispettare il distanziamento. Si sono prese lo spazio della lattuga

7 settembre 2020

Oggi i bimbi delle scuole dell’Infanzia hanno iniziato il loro anno… mi dicono con ordine. Grandi!!!
Anche il mio basilico si è messo in riga, per solidarietà 😁

8 settembre 2020

Non ci si rende conto sempre, ma a volte non si valorizza tutti allo stesso modo: il prezzemolo sta facendo un buon servizio ma un po’ nascosto e tranquillo.
Ebbene eccolo… e poi finisce anche lui congelato!

9 settembre 2020

E le carote?
Dice il maestro Camillo: non si possono fare le “verifiche” per vedere se stanno crescendo bene… come per i bambini. Lasciamo loro il tempo, abbiamo fiducia e diamo loro le cure di cui siamo capaci.

6 ottobre 2020

Nell’impero balsamico dell’orto” raccolgo con fatica e soddisfazione: che poesia!

15 ottobre 2020

Finalmente tolgo i porri dall’orto, hanno avuto bisogno di tutta la stgione per ingrossare un po’ bene; mi è stato consigliato di tagliare la parte alta delle foglie per favorire l’ingrossamento del fusto, che è la parte che si utilizza in cucina… è veramente un piccola parte! Ho però trovato una ricetta che usa anche le parti più dure delle foglie e perfino le radichette, trattando tutto in modo un po’ differente… da studiare!

 

Per le ricettine dove ho usato questi prodotti vedere il post Dall’orto alla tavola

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L’ “anello”di San Valentino

Non è che mi importi o mi sia mai importato il festeggiamento del giorno degli innamorati. Ma in questi tempi di minor svago c’è più attenzione ai particolari e si recupera la voglia di dar un po’ di brio ai nostri giorni.

Ebbene quest’anno, il 14 febbraio -San Valentino- la ricorrenza della festa degli innamorati è caduta in un giorno in cui sono andata a fare una bella camminata con mio marito. Questo giro lo abbiamo programmato velocemente solo perchè eravamo liberi da altri impegni.

Però è amore apprezzare di non essere soli!

L’aria è frizzante appena scesi dall’auto: è da amare questo freddo, come è da amare l’avere un berretto e una sciarpa per proteggersi da lui quando diventa fastidioso!

Non conosciamo bene i percorsi: è amore il poterli scoprire, l’avventura e non la paura di aprire gli occhi su nuovi passi, su nuovi sforzi!

Amare le case abbandonate perchè una volta sono state indispensabili, amare quelle recuperate dove la vita torna a governarle, amare la casa di sconosciuti che forse non l’hanno mai amata, amare i muri instabili per la loro pietosa inutilità…

Amare il sole che mi fa togliere berretto e sciarpa, amarlo è facile oggi che l’aria è fresca!

Un uomo lavora la terra e ci indica la strada: è un regalo averlo incontrato e un regalo avere una strada da percorrere. Amiamo ogni sorta di regalo inaspettato.

Gli occhi ci regalano visioni che allungano lo spazio e confondono il tempo.

Amiamo la fatica che ci costa questo spettacolo, amiamo la debolezza che ci costringe a far prezioso questo dono.

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Galleria di foto del nostro “anello”di San Valentino:

Video Relive che ci ha seguito nel nostro anello del Giro sulla “Culmen” a San Valentino 

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Giretto al sole da sola

Fosso a Morbegno

Tutti impegnati, sono sola e ho voglia di fare un giretto al sole, ma in particolare ho voglia di tornare sul caldo sentiero che ho fatto alcuni giorni fa, in discesa da Cermeledo-Dosso a Campovico-Sassello. Ieri è piovuto quindi è meglio farlo in salita perché è abbastanza ripido e con molti gradini in sasso, forse troverò acqua…

Quindi, con auto fino al Ponte di Ganda per recuperare un po’di tempo, anzi non trovando più parcheggio mi fermo al fosso.

Spedita, perchè si è fatto un po’ tardi e i pomerggi sono ancora brevi, raggiungo Campovico guardando la ripida montagna sopra alla Centrale… vedo un ruscello saltare sulle rocce e lo riconosco come quello che si attraversa sui sassi nel sentiero da Cermeledo verso San Bello, vedo i ruderi delle tre case, da cui spunta l’unica ristrutturata, e riconosco il passaggio di pochi giorni fa. Oggi tornerò a camminare sui loro larghi gradini.

Dopo un chilometro e mezzo, ecco la fontana, salgo nel bosco, abbasso la mascherina e respiro! Raggiunti i ruderi mi devo togliere la giacca, fotografo la vegetazione che mi aveva colpito già nel precedente passaggio: eriche arboree, erba dorada (Asplenio), piante grasse (Semprevivo dei tetti)… non sempre l’app mi dà risposte convincenti, ma certo anche lei faticherà con questa “selvatichezza”. Mi tolgo anche la felpa e resto in maglietta, i gradini sono tanti e si sta bene leggeri! Qualche foto alle scale e al paesaggio come se non dovessi più tornare, ma anche se tornassi in primavera sarebbe tutto diverso, fiorito, e se tornassi solo in estate? No troppo caldo, in autunno sì, ma forse non sarà più possibile. Quindi mi faccio una foto ricordo di me che cammino, di me che sono soddisfatta. Non c’è nessuno… ed eccomi arrivata all’incrocio col sentiero per San Bello, sì quello dove si attraversa il ruscello. È presto quindi non torno subito indietro, decido di fare qualche giretto in libertà: eccomi alla Chiesa di Cermeledo dove torno bambina e scopro “le differenze” di oggi con i ricordi di allora. Le cappellette proprio non c’erano, le fotografo e la chiesa quella sì con il suo piccolo e caldo sagrato. Mi sono dovuta rimettere la giaccchetta però, qui sul dosso c’è un po’ d’aria e non siamo in estate!
Adesso vado a Selvapiana perchè vorrei capire dove porta il sentiero che ho visto sotto alla chiesetta, magari trovo qualche altro buon passaggio. Sono spedita, almeno così mi sembra, mi sento bene, qualcuno lavora all’agriturismo, due ciclisti mi superano, scendo alla chiesa, sul piccolo sagrato è parcheggiato un camioncino di operai, mi immetto nel sentiero e incrocio subito un ragazzo a cui chiedo informazioni: accidenti è solo un sentiero fra le case, procedo verso Acquamarcia, e poi decido di scendere verso Marsellenico, da qui sicuramente ci sarà una stradetta che evita di andare a Santa Croce! Eccomi nella piazzetta con una fontana, tutto disabitato ma ordinato questo nucleo di case a me sconosciuto, scendo e cerco possibili sentieri, un bosco c’è e pare che la strada sia appena sotto… ma non vedo nessuna traccia di possibili passaggi, mi rassegno e torno di nuovo sulla strada per Santa Croce! Ah, ho visto una chiesetta trasformata in abitazione, non so se mi piaccia o no, so che in altri posti si fanno queste trasformazioni, nei nostri paesini è insolito.

Il sole sta scendendo, c’è una bella vista e scatto foto alle Orobie! Ancora? Sì è vero ne ho già di Morbegno da questo punto di vista, e di Talamona anche, e delle cime sopra anche, chissà perchè faccio tante foto!

Perfino la ripida discesa da Santa Croce mi sembra meno impegnativa del solito, quando si fanno le cose molte volte diventano più facili, poi smetterò anche di fare foto e sarò più veloce e leggera?

Fermo la ripresa del GPS, salgo in macchina e mi accorgo che il video non mi ha chiuso il percorso. Boh! Lo chiuderò io sulla cartina.

 

Video relive Giretto al sole  di cui ho raccontato sopra (di lunedì 8 febbraio)

Video relive precedente in cui sono scesa dallo stesso sentiero a scale: Campovico-Cermeledo  (del 5 febbraio)

Foto del pomeriggio al sole:

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Aggiungo la camminata del 26 febbraio 2021, salendo dallo stesso sentiero, ma con mio figlio. Dura la scala al suo passo. Sempre bella però: tantissime violette sulla salita.

Nella ripida discesa da San Bello a Morbegno tante Vitalbe, affascinante arbusto lianoso infestante coperto in questo periodo di numerose palle di lanugine.

Cerco su internet  “la lanugine è formata dall’intreccio degli stili, cioè ogni seme ha attaccata questa coda piumosa, che ha lo scopo di facilitare la diffusione.

 

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Viaggio in Italia con Simone Weil

Un anno fa, in attesa del treno per tornare a casa, entrai alla libreria Feltrinelli -solo a curiosare- perchè di libri ne avevo già acquistati al Convegno per cui ero appunto a Milano. Gironzolando vidi sugli scaffali un libro dal titolo “Viaggio in Italia” di Simone Weil. Non è stato il contenuto ad incuriosirmi particolarmente, ma il fatto che l’avesse scritto la famosa Simone che sapevo essere stata una donna eccezionale. Lo sfogliai, lo fotografai e tornai a casa. Ogni tanto ripensavo al libro per il desiderio di cominciare a conoscere la filosofa Simone, iniziando da un suo viaggio reale e non da quelli del suo pensiero. Per Natale ho deciso di acquistarlo, ma ho preso l’occasione della sfida lanciata dalle sorelle GG sui social¹ per iniziare a leggerlo. Non lo volevo fare perchè ne avevo già parecchi in lettura… ma ora sto leggendo la Weil e gli altri, attendono.

Già alle prime pagine mi accorgo che anche nelle lettere che scrive all’amico Jean Posternak si riconosce una personalità squisita, felice, curiosa, straordinariamente profonda e colta. Le osservazioni e le emozioni che comunica al lettore sono tante e la lettura diventa sempre più lenta perchè dirottata ad approfondire, a capire, a conoscere chi e cosa la interessa, cosa la turba, cosa la fa innamorare o arrabbiare.

Prendo nota di alcune sue frasi che mi colpiscono, per la forma, per la cultura, per la franchezza, la freschezza, l’ironia e l’allegria con cui comunica. Ecco, credo di aver trovato un’altra “maestra”, una maestra difficile, scomoda ma comprensiva, stimolante e originalissima.

Dalle lettere all'amico Jean Posternak e alla sua famiglia. 

Le annotazioni le inserisco insieme per maggior chiarezza, sono indirizzate dai medesimi posti e parlano degli stessi fatti, anche se in modi differenti.

(Le lettere all’amico iniziano a pag. 31; le lettere alla famiglia iniziano a pag. 57)

 Milano, aprile 1937

“Caro amico,

eccomi a Milano, è incredibile, ma non ho ancora del tutto dimenticato quelli che languiscono tra le brume del Nord. … Milano è una città popolosa di quelle che piacciono a me, e sento che tra qualche giorno mi sembrerà di esserci nata. La popolazione di qui è veramente simpatica.”   (pag. 31-32 )

“Cara famiglia,

vi ho già scritto da qui ma, dopo essere rimasta per un po’ in tasca, la lettera è fuggita verso ignoti destini. Che sfortuna, meno male che il contenuto non era compromettente. Mi trovo ancora a Milano perchè in questi giorni sta piovendo, e  ciò rende il soggiorno, in una città grande come Milano, più piacevole delle passeggiate in Toscana e in Umbria. E poi, in fondo, non avevo voglia di lasciare Milano. Mi piace tanto, tanto. Senza contare che, tutto sommato, non trovo un motivo plausibile per non passare tutta la vita a Santa Maria delle Grazie, davanti al Cenacolo… Mi sento a casa mia a Milano, come se ci fossi nata…   Il giorno dopo il mio arrivo sono andata ad ascoltare l’Aida di Verdi alla Scala… sono tornata alla Scala per “L’Elisir d’amore” di Donizetti: assolutamente delizioso! … In fondo, a parte Wagner, in fatto di opera lirica, sopporto soltanto i soggetti umoristico-sentimentali” (Rossini e Mozart) …”(pag. 58 )”

Anch’io ascolto “L’Elisr d’amore” di Gaetano Donizzetti su Youtube, molto piacevole e con sottotitoli, al delizioso non so arrivarci e forse non amo particolarmente le opere buffe!

Firenze, maggio 1937

La similitudine con Elettra, come figura di tristezza, di schiavitù mi ha fatto leggere “Il mito di Elettra“²

Io sono stata a Firenze tre volte, ma mai nella Cappella Medicea, mentre lei scrive:

“Finora ho passato delle ore soprattutto nella Cappella Medicea. Non mi aspettavo l’effetto che ha prodotto in me. … Quando sto là non trovo necessario andare altrove per vedere altre cose.” pag.60

Dunque mi informo sulla Cappella (qui), osservo le quatto Allegorie del Tempo, di Michelangelo, in particolare La Notte (qui) e L’Alba, entrambe citate da Simone Weil. Per cogliere la forza e la tristezza sprigionata dalle mani del suo artista, provo a disegnare La Notte copiandola da internet. L’ho costruita con leggerezza e stupore, scoprendone le forme, le posture, i muscoli e i simboli della notte scolpiti negli spazi del suo sonno. Ora la conosco meglio, ma forse un giorno l’andrò a vedere.

“Firenze è la mia città. … Non ho il cuore libero per amare Venezia perchè Firenze me l’ha catturato. Io non visito le città, lascio che entrino dentro di me, per osmosi. Ho contemplato a lungo la “Lezione di Musica” del Giorgione a Palazzo Pitti (non so chi siano quegli idioti che, da qualche tempo, l’attribuiscono a Tiziano). (pag.37)

Agli Uffizi vi ho trovato il Cavaliere di Malta, L’Annunciazione di Leonardo da Vinci, una quantità di Tiziano. La sala Botticelli è impressionante, soprattutto La Primavera. Ma niente di tutto questo, nemmeno lontanamente, vale Il Concerto.” (pag. 60-61)

Insomma sono dovuta andare a vedere di che quadro si trattasse (qui e qui). Innanzi tutto ha diversi titoli, oltre alla mancaznza di certezza sul suo autore. A me è piaciuto il titolo “Concerto interrotto” e ho voluto copiare uno dei tre personaggi raffigurati, quello in centro, che continua a suonare da solo. Avrei voluto disegnare solo le mani che suonano e quella sulla spalla, ma poi si è formato tutto il suonatore. Il risultato del mio schizzo a penna e pastelli è abbastanza insolito.

Simone Weil continua a raccontarci di Firenze e delle sue predilezioni:

“Ho provato una tenerezza particolare per il Perseo di Benvenuto Cellini, sotto l’incantevole Loggia dei Lanzi, e soprattutto per le figure che si trovano alla base (la vergine nuda, il genio senza ali che spicca il volo, ecc) (pag. 37)

La vergine è Pallade, che dona a Perseo lo scudo con cui riuscirà a vincere la Medusa. Nell’atto di porgerglielo, la dea pronuncia in latino le parole riportate nell’iscrizione: Io, tua casta sorella, ti offro questo scudo perchè tu vinca.

Io scopro Il Perseo come se non lo avessi mai visto, in realtà non sapevo guardarlo. Ricerco immagini che lo ritraggono da varie angolazioni, ma non riesco a vedere tutto quello che lei ha osservato, leggo la storia e le vicissitudini del suo costruttore e della sua lavorazione.³

Roma, maggio 1937 (Pag. 62, 63, 64)

“Eccomi a Roma da tre giorni e mezzo e ho la sensazione di esservi da un lungo periodo. Mi sono sentita a mio agio a Roma, forse perchè ho potuto subito ascoltare della buona musica. … Arrivata a Sant’Anselmo (un puro gioiello di monastero benedettino, proprio a strapiombo sul Tevere) alle sei, giusto all’inizio di una cerimonia liturgica (con canto gregoriano). … L’indomani messa di Pentecoste a San Pietro. … Se il paradiso somiglia a San Pietro, durante i cori della Sistina, vale la pena di andarci.”

Simone non era religiosa, nel senso che non professava nessuna religione, ma a Roma, anche sede del Capo della Cristianità, ha trascorso ore ed ore nelle chiese ad ascoltare musica sacra, Messe e Vespri. Percorre a piedi Roma dove ritrova la storia e l’arte ovunque, visita più volte i musei.

“Oggi ho trascorso tre ore ai Musei Vaticani, nessuno mi aveva informato che nella pinacoteca c’è un San Girolamo di Leonardo da Vinci, dipinto su legno, straordinario, e per il quale darei in cambio venti volte tutto il resto della Pinacoteca.”

Ed eccomi a ricercare questo San Girolamo, un penitente che si flagella nel deserto in compagnia del suo leone… Mah, certo sappiamo quanto Simone cercasse di provare le privazioni, le fatiche, le umiliazioni… per capire i più poveri e diseredati, leggiamo con quanta sofferenza nella malattia abbia dovuto convivere e combattere fin dall’infanzia, e conosciamo la verità di quanto il dolore si possa avvicinare alla beatitudine e la grande felicità possa ferire come il dolore… ma per trovare sublime questa immagine bisogna essere molto profondi e mistici.

Certamente colpisce la forza fisica nella sofferenza spirituale dell’eremita e santo, in contrasto con la forza fisica nella tranquilla e naturale presenza del leone nel deserto.

Sempre nella lettera ai suoi famigliari Simone Weil scrive:
“Quel San Girolamo, Il Concerto di Giorgione di Palazzo Pitti e il Cristo in scorcio di Brera (Il Cristo Morto di Andrea Mantegna nella Galleria di Brera a Milano), saranno i tre ricordi veramente intensi che conserverò delle collezioni italiane di pittura.

Firenze, 3 giugno 1937

“Tornata a Firenze, mi è parso di trovare la mia città natale, dopo un breve viaggio: in nessun altro posto mi sento a casa mia come quì. Ho di nuovo contemplato Il Concerto di Giorgione, la Cappella Medicea, il David, San Miniato. Domani “L’incoronazione di Poppea”, all’anfiteatro di Boboli, con Palazzo Pitti come fondale, sotto un cielo stellato, è una di quelle meraviglie di cui ci si ricorda per tutta la vita. Penso che tornerò a vederla.” (pag. 66)

Parigi, estate 1937

Caro amico, … Il sentimento con il quale penso all’Italia può essere espresso solo con la parola “heimwed” (nostalgia). … Da quando sono tornata dall’Italia – tra parentesi, essa ha risvegliato in me la vocazione per la poesia, rimossa durante l’adolescenza per svariati motivi – ho contratto due amori. Uno è Lawrence d’Arabia, l’altro è Goya. …   Devo parlarle della Francia?

Nel 1938, Simone Weil tornerà in Italia. In questo secondo viaggio sarà anche a Venezia, da qui non lascierà nessuna corrispondenza o appunto, i genitori sono spesso con lei, ma non ci sarà nessuna lettera nemmeno per l’amico Jean. Scriverà invece un poema: “Venezia salva. Simone teneva molto a questo dramma, dove avrebbe voluto dare il meglio di sè, attraverso la riscoperta poesia. sulla forza e la grazia. Leggo a pag. 79, 80, che se amò Firenze di una passione solare, Venezia fu la città italiana la cui memoria segreta, intima e indicibile, portò sempre con sè.

Oggi ho ricevuto il libro Venezia Salva tradotto da Cristina Campo. Un regalo perfetto per continuare “il viaggio in Italia” con la straordinaria guida di Simone Weil.

Trovo su youtube il film di Luca Ronconi che mette in scena il dramma di Simone Weil in modo fedelissimo, leggendo e interpretando le parole della Weil tradotte da Cristina Campo. Perfetto! Lo seguo, leggo e ascolto, ascolto e guardo… sono fortunata. (sotto il link al film completo)

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Note:

¹ La mia breve registrazione per la sfida che ha fatto iniziare la lettura del libro dellaWeil, utilizzata per documentarla su Instagram e Facebook (#14momentixme). La lettura che sentite nel video è stentata perchè ero disagiata nel voler riprendere il libro e leggerlo, non vedevo bene insomma, ma lo scritto lo trovate quasi tutto sopra.

² Il mito di Elettra (Eschilo – Sofocle – Euripide) qui

³ Il Perseo qui  e qui Benvenuto Cellini qui

Libri letti o visionati intorno a Simone Weil

– Viaggio in Italia; Simone Weil; a cura di Domenico Canciani e Maria Antonietta Vito; ed. Castelvecchi

– L’ombra e la grazia; Simone Weil; a cura di Georges Hourdin e Franco Fortini; testo francese a fronte curato da Gustave Thibon; ed. Bompiani

– A un giorno; Simone Weil; ed. Acquamarina (poesie)

– Il mito di Elettra; Eschilo – Sofocle – Euripide

– Venezia salva, tragedia in tre atti; Simone Weil; traduzione e introduzione di Cristina Campo

Opere, film e documentari (su Youtube)

–  Opera comica “L’elisir d’amore” (sottotitoli italiano) di Gaetano Donizetti -i una bella esecuzione
interpreti: Nemorino: Rolando Villazon, Adina: Anna Netrebko, Belcore: Leo Nucci, Dulcamara: Ildebrando d’Arcangelo. Coro e orchestra :Wiener Staatsoper diretto da Alfred Eschwè

– “L’incoronazione di Poppea” di Claudio Monteverdi (1567-1643)

Le stelle inquiete. Film biografico su Simone Weil. Gustave Thibon, il proprietario della tenuta dove Simone va a provare a fare la contadina, riceverà da lei dei manoscritti con i quali poi lui pubblicherà il libro “L’ombra e la grazia”

Olocausto privato. Ipotesi su Simone Weil.  Un documetario con spezzoni di film, testimonianze di persone che l’hanno conosciuta o studiata. Molto interessante.

Profili di protagonisti: Simone Weil. Il programma “profili di protagonisti” (Rai, 1969) ripercorre vita e opere della filosofa francese.

film VENEZIA SALVA dal testo di Simone Weil, regia di Luca Ronconi

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Oh Ermione!

Ecco fatto, ho raccolto in questo articolo del mio blog i versi divertiti che ho scritto per gioco nella mia pagina facebook.

Sono ispirati da Ermione? Sì è questo il nome che ripeto ad ogni pioggia, è lei la protagonista della poesia del famoso scrittore D’Annunzio “La pioggia nel pineto”, ma la mia vera ispiratrice è LA PIOGGIA.

Amo la pioggia, amo bagnarmi sotto la pioggia estiva e passeggiare sotto la pioggia autunnale, e ammirare la fredda pioggia di ogni stagione.

Le date che trovate sono quelle reali delle fotografie scattate e delle parole uscite da sguardi, suoni, profumi, pensieri… e sono anche i link attivi ai post della mia pagina.

Se volete leggere meglio cliccate sulle immagini e ingranditele

19 giugno

Gràndina o Ermione

Vedi.
Grandina sulle piantine di pomodoro che ancora non avevo legato
Grandina sulle foglie di zucchine
Grandina sul fragile
Basilico
Grandina o Ermione
Che non preghi abbastanza
In nessuna stagione!

 

14 luglio

Oh Ermione

21 luglio 

Mia cara Ermione

Odi?
La pioggia cade
Sulla pergola spessa
Con un crepitio
Che non dura
Par smetta
E riprende
E poi smette.
Che dispetti di secco e bagnato
Che asciuga
E si oscura e rischiara.
Oggi che fai?
Nè prodiga nè avara
O Ermione mia cara.

 

28 agosto

Ermione Incauta

29 agosto

Ermione Curiosa

 

30 agosto  

Ermione Silvana

24 settembre

Ermione Illusa

2 ottobre 

Ermione Disorientata

23 ottobre 

 Ermione e il secchiello

Ma perchè tutto questo ricorrere a Ermione nei giorni di pioggia? Mi piace così tanto la famosa poesia “La pioggia nel pineto di Gabriele D’Annunzio”? No, diciamo che il mio interesse è nato dall’ascolto di una sua parodia “La pioggia sul cappello” di Luciano Folgore, recitata da Carmelo Bene, diventato un mio idolo dopo averlo letto e ascoltato per un anno intero.
Ecco un video (si vede male ma si sente bene) dove Carmelo recita la parodia (o critica) della famosa poesia a “Domenica in”, una vecchia trasmissione televisiva del 1978 .

 

Al link sotto potrete leggere i testi a confronto La pioggia sul cappello di Luciano Folgore e La pioggia nel pineto di Gabriele D’Annunzio.

La piogga nel pineto -parodia e testo-

Comunque mi piace anche il testo di D’Annunzio, certo mi piace la pioggia, specie in estate, lasciarsi bagnare e amare in un caldo pomeriggio. Questa recitazione mi pare bella!

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Al lago, da San Fedelino!

Facciamo una passeggiata al lago? Anche se ci troveremo ancora nei boschi e sui sentieri, a scrutare lo spuntare dei funghi. Non si tratta dunque della passeggiata sul lungolago, ma in luoghi isolati, raggiunti, al tempo degli imperatori romani, da un soldato perseguitato. Anzi il lago lo vedremo solo dall’alto di un belvedere, chiamato “Il salto delle capre” perchè al tempietto di San Fedelino, dove un tempo arrivava il lago, ora scorre il fiume Mera che alimenta il lago di Novate Mezzola.

Quindi attivo l’App di Relive per giocare un po’ con le mappe, i tempi, le altitudini, e i nostri scatti. Alla fine ecco il nostro giro, tempi rilassati e le foto più significative nel breve video:

 

La mappa completata:

La mappa costruita da Relive sul nostro cammino.

Alcune informazioni prese da qui su  SAN FEDELE, FRA STORIA E LEGGENDA

Ecco quel che scrive, in proposito, Giovanni Guler von Weineck, che fu governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie nel 1587-88, nella sua opera “Rhaetia”, pubblicata a Zurigo nel 1616: “Restano… sul posto dell’antica Samolaco, i ruderi di alcune torri ed una parte della chiesa che era stata eretta in onore di S. Giovanni. In quel luogo fu martirizzato S. Fedele dai sicari di Massimiano, che allora insieme con Diocleziano governava l’Impero Romano, perseguitando il Cristianesimo. Il corpo del Santo fu in seguito, nell’anno 1437, trasferito di lì con solenni cerimonie a Como.

Fedele venne proclamato santo e, per celebrare la sua memoria, nel luogo del suo martirio fu eretto un primo tempietto che custodiva la sua tomba, ricordato già fra la fine del V secolo e gli inizi del VI dal vescovo di Pavia e scrittore Ennodio. Il tempietto andò in rovina, e, fu sostituito, qualche secolo dopo, nel 964, dall’attuale tempietto in stile romanico, mentre le sue spoglie vennero trasportate a Como.
Il nuovo tempietto, per le sue dimensioni ridotte, venne ben presto chiamato San Fedelino.

L’edificio, proprietà della parrocchia di Novate Mezzola, ha dimensioni ridotte (m. 6,2 x m. 4,5) ed ha una pianta quadrata, con l’abside rivolta ad est, il punto cardinale che simboleggia la luce nascente. Sul lato opposto, ad ovest, dovrebbe trovarsi la facciata, che però è addossata alla roccia del monte Berlinghera, in quanto il tempietto venne costruito sullo stretto lembo di terra compreso fra il monte ed il lago, che ora si è ritirato, lasciando il posto al fiume Mera, che scende dalla piana di Chiavenna.
Il tempietto, restaurato una prima volta nel 1905 ed una seconda fra il 1993 ed il 1994, può essere raggiunto, in traghetto, partendo dalla sponda nord-orientale del lago, in territorio di Novate Mezzola, oppure, con una suggestiva e facile camminata, per via di terra, partendo da Casenda, frazione di Samolaco.
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Ulisse di Joyce e “collegamenti”

PRIMO COLLEGAMENTO – Ulisse di Joyce e Carmelo Bene –

Leggendo “Vita di Carmelo Bene” (di C. Bene e G. Dotto) scopro che l’Ulisse di James Joyce è stato, per l’artista/attore Carmelo, l’incontro letterario e forse anche non letterario decisamente più importante della sua vita.

Era il 1960, anno in cui viene pubblicato per la prima volta l’Ulisse di Joyce in Italia, tradotto da Giulio De Angelis. Questo traduttore aveva allora poco più di trent’anni e, in un loro incontro parla a Carmelo del suo lavoro: di giorno insegnava inglese a Fiesole e di notte, tutte le notti per undici anni, aveva lavorato alla traduzione dell’Ulysses.

Scrive Carmelo a pag. 113-114 “La lettura dell’Ulysses mi aveva depennato tutto il resto. Spazzato via Camus, ogni forma di esistenzialismo, ogni ismo. L’Ulysses è un fantastico gioco di significanti. Il pensiero non è mai descritto, ma immediato. Dai lacerti più dotti ai luoghi melodrammatici più comuni. Nessun’altra opera gli è pari. […]  Avrei dovuto incidere un ellepì dall’Ulysses di Joyce. La spiaggia era il brano che avevo scelto. Non uscì mai. Non lo ritenevo all’altezza, quel mio Joyce. Lo feci a pezzi. Pur essendo alla fame, mi permisi questo lusso. […] La lettura di Joyce mi aveva scombussolato. Non si poteva più scrivere niente. Niente. […]  A pag 120 Il bambino (suo figlio e di Giuliana) io l’avevo chiamato Stefano, in omaggio a Dedalus naturalmente (Stephen Dedalus è coprotagonista con Leopold Bloom nell’Ulysses), ma la madre e la nonna gli appiopparono anche il nome di Alessandro.  […] A pag 309 a proposito di cinema: E l’Ulysses Joyciano non è forse, nella pagina, la più immediata “pellicola” mai realizzata, via via “filmantesi” in perpetuo travaso filosofico-grottesco-sentimentale-patetico-psicologico e melodrammatico a un tempo? È pensiero immediato. Ebbene questo sì che è cinema.”

Interessante intervista a Carmelo Bene:

Brano del terzo episodio dell’Ulisse di Joyce letto da Carmelo Bene a inizio intervista:

“Sacco di gas cadaverici mézzo di marcia salmastra. Un brulichio di pesciolini, grassi del bocconcino spugnoso, sprizza fuori dalle fessure della patta abbottonata. Dio diventa uomo diventa pesce diventa oca bernacla diventa montagna del letto di piuma. Aliti morti io vivente respiro, calco morta polvere, divoro i rifiuti urinosi di tutti i morti. Issato rigido sopra lo scalmiere rifiata all’insù il tanfo della sua tomba verde, con le nari lebbrose che russano al sole. Trasformazione marina, questa, occhi castani azzurrosalino. Morte marina, la più mite di tutte le morti note all’uomo. Il vecchio Padre Oceano. Prix de Paris: guardarsi dalle imitazioni. Provare per credere. Ci siamo divertiti immensamente.”

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SECONDO COLLEGAMENTO – “Ulisse” di Joyce ne “L’amica geniale” di Elena Ferrante –

Nell’ultima puntata della seconda serie di “L’amica geniale”, trasmessa lunedì 3 marzo, una scena mi ha stupito:

Lila viene riconosciuta dalla sua maestra Oliviero mentre, seduta su una panchina con il suo piccolo Rinuccio nella carrozzina, legge un grosso libro… La maestra interessata al libro più che al bambino, le chiede:
– E quello cos’è?
– S’intitola Ulisse
– Parla dell’Odissea?
– No, parla di quanto è terra terra la vita di oggi
– Ti piace?
– È difficile, non capisco tutto

La vecchia maestra non è d’accordo che Lila legga questo libro difficile perchè può farle male.
Si tratta dell’Ulisse, ma quale? Proprio l’Ulisse di Joyce!
Grande Lila e grande Ferrante!

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Dalla pagina del libro di Elena Ferrante: Storia del nuovo cognome, da cui è tratta la serie televisiva ecco la presenza del libro Ulisse di Joyce.

Pag 380 Storia del nuovo cognome (E. Ferrante)

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Descrizione del libro nell’edizione di cui parla Carmelo e che legge LIla: Edizioni Mondadori, Milano, 1960, pp. Ulisse. Romanzo. Unica traduzione integrale autorizzata di Giulio de Angelis. Consulenti: Glauco ...1025, legatura editoriale t. tela e sovraccoperta verde con il logo della Medusa mondadoriana. Prima edizione in lingua italiana del capolavoro di Joyce, nonché una delle pietre miliari della letteratura novecentesca. Traduzione di Giulio de Angelis, con la consulenza di Glauco Cambon, Carlo Izzo, Giorgio Melchiori. Medusa, vol. 441. L’opera fu compiuta tra il 1919 e il 1920 e comparve in volume nel 1922, in inglese, a Parigi. Ulisse rappresenta uno dei più smisurati assunti che si conoscano di letterato moderno: seguendo fedelmente la traccia dell’omerica Odissea, considerata un grande viaggio sperimentale nel mondo antico, l’autore fa percorrere in lungo e in largo ai suoi due personaggi una grande città moderna, Dublino, che può dare una sintesi materiale e spirituale del mondo di oggi. Dei due personaggi, uno, il maturo Bloom, trafficante semita vagabondo, sarebbe l’Ulisse del poema, e l’altro, il giovane intellettuale Stefano Dedalus, in cui si può ravvisare lo stesso Joyce, sarebbe il Telemaco. Le avventure che conducono alla fusione di codesti due uomini si svolgono nel giro di una giornata, dall’alba alla notte: ogni ora ha il suo episodio, e corrisponde a un canto dell’Odissea: ogni episodio ha il suo centro di sensazioni in una parte del corpo umano, cervello, orecchi, naso, stomaco, intestino e via via più in basso; ogni episodio è anche contraddistinto da un simbolo (erede, cavallo, affossatore, editore, vergine, madre, prostituta, terra), in ciascuno di tali momenti è considerata una singola atttività dello spirito o dei sensi, con mutamenti di linguaggio e di stile conforme all’argomento, ai personaggi introdotti e alla situazione. Con la psicologia freudiana armonizza l’uso sistematico del monologo interiore che tanto colpì i critici del romanzo-poema di Joyce e tanto fu imitato in tutte le letterature. L’idea prima di questo monologo era venuta a Joyce da un romanzo del francese Dujardin, pubblicato nel 1887, quando di Freud ancora non si parlava (Silvio Benco in Diz. Bompiani d. Opere, 1959, VII, pp. 576-577).

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Maria Valenti/Alicemate

Dalla Val Fabiòlo alla Val Tartano

Mercoledì 2 ottobre siamo riusciti a fare una passeggiata in montagna in compagnia di amici. Nonostante la copiosa pioggia notturna, al mattino siamo partiti con un po’ di tempo nuvoloso ma con buone previsioni per il pomeriggio.

Il programma della passeggiata ci doveva portare in una valle già poco soleggiata e ricca di vegetazione, dove abbiamo fatto colorati e inconsueti incontri con decine di salamandre, lungo la mulattiera che segue a spirale la stretta e ombrosa valle Fabiòlo.

Questa Valle ha inizio a Sirta, non si può dire si apre, perchè pare si nasconda dietro al piccolo paese. E risalendo fino a 1000 metri, ci porta a Campo, in Val Tartano. Giunti là dove il turismo è arrivato in seguito alla costruzione della “passerella nel cielo”, ci fermeremo a mangiare un buon piatto tipico. Scenderemo poi seguendo un altro percorso storico: il sentiero del Dos de la Crus. Sia la Val Fabiòlo che il sentiero del Dos sono le strade che gli abitanti di questi monti percorrevano a piedi, da soli o con le bestie, carichi di gerle o zaini per poter vivere e sfamare le proprie famiglie, questo fino alla costruzione della strada carrozzabile nel 1957. I bambini e i ragazzi anche le percorrevano tutti i giorni per recarsi a scuola o andare a messa, verso Sostila o la Sirta. E durante l’estate le ragazzine andavano per i sentieri a tagliare erba per le capre o raccogliere i fiori per le Madonne dei vari gisööi. E proprio i gisööi, le cappellette con dipinti soggetti religiosi, attirano l’attenzione ancora oggi: così visibili, posti in punti strategici del percorso per poter dare consolazione con una sosta di riposo e preghiera.

La Valle Fabiòlo, ho scoperto, è nota anche come “Valle degli spiriti” per le numerose leggende legate a questo luogo. Mentre raggiungiamo il primo ponte dove c’è la cappella d’inem la val, l’amica mi racconta infatti di spiriti che l’attraversavano con candele in mano, spaventando il povero viandante costretto a seguirli fino al cimitero di Sostila… e molte altre sono le storie, ora scritte sul libricino: “Su per la Valle alla ricerca di antiche leggende” (Liberale Libera e Franco Mottalini, 2013).

Alla località dei Bures, dove troviamo una cappelletta e alcune case, c’è la deviazione per Sostila che noi non faremo per proseguire verso Somvalle e Campo. Quindi raggiungiamo l’ultimo maggengo della valle, la Sponda, a 900 metri, qui ci sono anche le mucche al pascolo che si fanno sentire con le loro zampogne. Ecco ancora una bella cappelletta e alcune case dove si racconta si tenessero danze macabre e dove  si transitava pericolosamente anche col buio per raggiungere e conquistare l’amore. E infine la cappelletta del zapèl de uàl, oltre la quale si apre la piana luminosa di Somvalle, Cà e Campo.

E nel pomeriggio la veloce discesa dal Dos de la Crus, con il sole, le castagne e il panorama sulla bassa Valtellina.

Un video di due minuti per far rivivere la passeggiata sulle due mulattiere, una abitata da salamandre e la seconda con le castagne che cadevano sonore sull’acciottolato.

(per vedere la Val Fabiòlo ferita dalle frane dell’alluvione del 1987, QUI)

Nuova escursione in Val Fabiòlo il 09.07.2020 con percorso tracciato con app Relive:

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Maria Valenti/Alicemate  ^_^

La Mole Antonelliana

Un piccolo omaggio alla Mole Antonelliana, utilizzando una nuova applicazione:

Ho creato questa velocissima presentazione utilizzando le foto scattate a Torino una decina di giorni fa, e chiudendo con la foto del modellino, che avevo già a casa. Il povero modellino è un po’ bruttino, non so chi lo abbia portato in casa, non io perchè la Mole ancora non l’avevo vista, e non è nemmeno stato lui, il modellino, a invogliarmi ad andarla a vedere a Torino. Infatti, come vedete, il modellino è senza punta, quindi gli manca quello slancio verso il cielo che il progettista Antonelli aveva tanto cercato, e che incanta molti visitatori.

Che dire? Sarà opportuno procurarsi un nuovo modellino, che sappia meglio rappresentare questo “puntale” che era tanto piaciuto anche a Nietzsche da paragonarlo al suo Zaratustra, ma leggiamo direttamente dalle sue parole, nella lettera all’amico Heinrich Koselitz del 30 dicembre 1888.
[…]
“Prima sono passato davanti alla Mole Antonelliana, l’edificio più geniale che forse sia mai stato costruito – stranamente, non ha ancora un nome – in virtù di una spinta assoluta verso l’alto – non rammenta niente di simile eccettuato il mio Zarathustra. L’ho battezzata Ecce homo, e mentalmente l’ho circondata di un enorme spazio libero.”

Un’altra curiosità sul grande filosofo tedesco e la Mole Antonelliana ce la scrive il suo biografo Anacleto Verrecchia, secondo cui Nietzsche  amava pranzare nei dintorni dell’alta costruzione torinese per poter godere dei suoi influssi benefici.

(Anch’io ho mangiato il mio “vitello tonnato con effetti benefici”)

Un po’ di storia, di numeri, di cronaca e mistero intorno alla Mole? La mia specialissima guida Marti, durante la visita della città che la ospita ci ha spesso parlato di magia bianca e magia nera, che coinvolge e interessa diverse città, e anche Torino.

1863-1869: da 47 a 70 metri

La Mole era stata inizialmente concepita come nuovo tempio israelitico di 47 metri di altezza. A 70 metri si decide di fare un tetto perchè già troppo alta per la richiesta della comunità ebraica, che poi lascerà al Comune la costruzione e ne farà progettare un’altra più adeguata:

1873-1889: dal Tempietto al completamento della guglia e Genio Alato (Angelo): 167,35 metri

Antonelli riprese quindi in mano il progetto nel 1873, sempre con una serie di modifiche in corso d’opera, aggiungendo il “Tempietto”, ovvero un colonnato a due piani, a base quadrata e che riprende lo stile del pronao della base. Dai 90 metri in su ruppe quindi il tema architettonico a base quadrata, progettando un colonnato in granito a base circolare, chiamato la “Lanterna“. L’architetto ideò anche il disegno di una guglia di circa 50 metri sovrastante la Lanterna, di sezione ottagonale e intervallata da dieci terrazzini circolari, via via sempre più piccoli. L’architetto ipotizzò di terminare la guglia con una stella a 5 punte, uno dei simboli d’Italia, ma poi optò per una statua raffigurante un “Genio Alato“, uno dei simboli di Casa Savoia. Il Genio, fatto di rame sbalzato e dorato, pesava circa 300 kg, e aveva in una mano una lancia e nell’altra un ramo di palma. Sulla sua testa fu deciso di mettere una piccola stella a cinque punte sorretta da un’asta. In tal modo, la statua raggiungeva un’altezza totale di 5,46 metri. Con la posa finale del “Genio Alato”, l’edificio raggiunse un’altezza complessiva di 167,35 metri, quota, all’epoca, mai raggiunta da qualsiasi costruzione in muratura d’Europa e del mondo e, per tal motivo, fu soprannominata Mole.

Cronache degli “incidenti” e successivi interventi alla Mole

11 agosto 1904 Cade “Il genio alato”

L’11 agosto 1904. Torino è avvolta da un violentissimo nubifragio. Tra lampi e tuoni, improvvisamente un boato più forte: un fulmine ha colpito la Mole Antonelliana, provocando il crollo della statua posta sopra la guglia. Da quel violento temporale, la fisionomia dell’edificio non fu più la stessa: il genio alato, dopo esser crollato a causa del fulmine, fu sostituito da quella che oggi è la stella a cinque punte che tutti conosciamo. Oggi il genio è custodito all’interno della Mole.

23 maggio 1953 Il crollo della guglia

Il 23 maggio 1953, su Torino si abbatte un terribile temporale. Poi, proprio come nel 1904, un boato devastante fa tremare le pareti delle abitazioni di mezza città: la Mole si è spezzata, ancora una volta. A cadere a terra, incredibilmente senza provocare nessun morto, non è la stella ma una parte della guglia. 400 tonnellate di mattoni si abbattono sul giardino della Rai, in quel momento vuoto. Da quel giorno la Mole Antonelliana venne rinforzata e costruita senza l’utilizzo dei mattoni, perdendo così il primato d’edificio in muratura più alto d’Europa. Un record che ai torinesi interessa ben poco: l’importante è non vedere mai più la Mole «decapitata»

(testi tratti dal Diario di Torino del 2016)

Storia, mito e mistero

TAURIEL: L’ANGELO PROTETTORE DI TORINO

 

 

Ancora prima del sorgere di una capanna, Tauriel proteggeva Torino e custodiva il nodo di energia che sorgeva dalla terra nel punto dove i due grandi fiumi, Po e Dora, si incrociavano. Ci fu un periodo in cui Tauriel prese corpo grazie a Costanzo Antonelli svettando nel punto più alto di Torino sulla Mole Antonelliana. L’angelo, che Antonelli chiamò il “genio alato”, di rame dorato era alto quattro metri e pesava sei tonnellate; nella mani portava il giavellotto, l’arma che permette al messaggio divino di penetrare il cuore e la mente dell’uomo e la palma simbolo di vittoria.
I piedi posavano su un piedistallo ornato con lo stemma torinese con il toro rampante, ed era ornato da cornucopie straboccanti di fiori e frutti, simbolo di abbondanza e prosperità.
Nell’agosto del 1904, durante un terribile uragano, l’angelo probabilmente colpito da un fulmine, cadde a testa in giù rimanendo miracolosamente sospeso per un piede e i danni fortunatamente furono circoscritti.
La guglia della Mole Antonelliana venne rifatta, si decise di eliminare l’angelo e al suo posto fu issata una stella a cinque punte di quattro metri di diametro creata da Ernesto Ghiotti.
La Mole per i cultori di esoterismo ha i suoi lati oscuri come la base piramidale e una guglia altissima che come una sorta di antenna catalizza l’energia che capta dal Cielo e aspira dalla Terra.
Ed anche intorno all’angelo si snodano credenze di prodigi, come la sua caduta, dato che dopo la folgorazione la statua rimase in bilico sul terrazzo sottostante senza cadere al suolo e senza provocare alcuna vittima.Tauriel è rimasto esposto per un breve periodo nell’atrio della Mole, attualmente si trova nel Museo del Cinema
(informazioni tratte da qui)

L’anima esoterica della Mole

La Mole, per i cultori di esoterismo, ha i suoi lati oscuri.

A Torino, sempre a proposito di esoterismo e magia, bisogna ricordarsi che Tauriel non è l’unico genio alato edificato in città in quanto anche sulla sommità del monumento dedicato al Traforo del Frejus è presente il genio alato della scienza in bronzo.

Il monumento è collocato in piazza Statuto famosa soprattutto per la proclamazione dello Statuto Albertino (che le ha dato il nome) nel 1848, ma anche per la propria collocazione che la inquadra nei luoghi della Torino magica e occulta.

La piazza  sorge infatti sulla “vallis occisorum” una necropoli romana nella quale venivano sepolti i morti.

(notizie tratte da qui)

 

Schema della struttura (fonte Wikipedia), sintetizzata da me sull’immagine di un modellino.

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Quindi il modellino spezzato della mia Mole Antonelliana potrebbe ricordare la condizione della costruzione dopo il crollo del 1953.

Forse al modellino è rimasto un terrazzino in più.

Un regalo da “Alicemate”

Scatolone con sorpresa, da aprire, trasformare per sorprendere e augurare e… apprendere al volo! Tavolo Puzzle analogico, con sedie, ideato dal maestro e pedagogista Camillo Bortolato.

Ecco il breve video che racconta:

Questo regalo di compleanno è da Alicemate, perchè?

Perchè è innanzi tutto “matematico”. E giocoso, sorprendente, esagerato e fantasioso, festaiolo ma un po’ inusuale.

Le immagini e i disegni sono stati scelti casualmente:  Marti ed io, le Donne col pennello, non avevamo assolutamente pensato alla storia di Alice, ma poi ecco che ne esce? Il “Bianconiglio” e lo “Stregatto”!

E un Cappellaio matto c’è, se il maestro Camillo si presta a mettersi il cappello, e lasciarci usare la sua creazione del tavolo puzzle per gli invitati al tè del non compleanno. Le “Carte” che tinteggiano anche, ma non le rose! Alice nel Paese delle Meraviglie la vediamo in diverse dimensioni, passaggi e con strani compagni di gioco. E per concludere la festa, ecco pure un Paesaggio delle Meraviglie!

Osservare le coppie di immagini in analogia, cliccare sopra per ingrandirle e far scorrere la galleria

Per vedere bene il vero regalo: il tavolo puzzle, al link il video di presentazione della Erickson:


 

scritto, costruito e pubblicato da

Maria Valenti (nonna, maestra e lettrice )

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[le immagini di Alice nel paese delle Meraviglie sono tratte dal web)

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