Giretto al sole da sola

Fosso a Morbegno

Tutti impegnati, sono sola e ho voglia di fare un giretto al sole, ma in particolare ho voglia di tornare sul caldo sentiero che ho fatto alcuni giorni fa, in discesa da Cermeledo-Dosso a Campovico-Sassello. Ieri è piovuto quindi è meglio farlo in salita perché è abbastanza ripido e con molti gradini in sasso, forse troverò acqua…

Quindi, con auto fino al Ponte di Ganda per recuperare un po’di tempo, anzi non trovando più parcheggio mi fermo al fosso.

Spedita, perchè si è fatto un po’ tardi e i pomerggi sono ancora brevi, raggiungo Campovico guardando la ripida montagna sopra alla Centrale… vedo un ruscello saltare sulle rocce e lo riconosco come quello che si attraversa sui sassi nel sentiero da Cermeledo verso San Bello, vedo i ruderi delle tre case, da cui spunta l’unica ristrutturata, e riconosco il passaggio di pochi giorni fa. Oggi tornerò a camminare sui loro larghi gradini.

Dopo un chilometro e mezzo, ecco la fontana, salgo nel bosco, abbasso la mascherina e respiro! Raggiunti i ruderi mi devo togliere la giacca, fotografo la vegetazione che mi aveva colpito già nel precedente passaggio: eriche arboree, erba dorada (Asplenio), piante grasse (Semprevivo dei tetti)… non sempre l’app mi dà risposte convincenti, ma certo anche lei faticherà con questa “selvatichezza”. Mi tolgo anche la felpa e resto in maglietta, i gradini sono tanti e si sta bene leggeri! Qualche foto alle scale e al paesaggio come se non dovessi più tornare, ma anche se tornassi in primavera sarebbe tutto diverso, fiorito, e se tornassi solo in estate? No troppo caldo, in autunno sì, ma forse non sarà più possibile. Quindi mi faccio una foto ricordo di me che cammino, di me che sono soddisfatta. Non c’è nessuno… ed eccomi arrivata all’incrocio col sentiero per San Bello, sì quello dove si attraversa il ruscello. È presto quindi non torno subito indietro, decido di fare qualche giretto in libertà: eccomi alla Chiesa di Cermeledo dove torno bambina e scopro “le differenze” di oggi con i ricordi di allora. Le cappellette proprio non c’erano, le fotografo e la chiesa quella sì con il suo piccolo e caldo sagrato. Mi sono dovuta rimettere la giaccchetta però, qui sul dosso c’è un po’ d’aria e non siamo in estate!
Adesso vado a Selvapiana perchè vorrei capire dove porta il sentiero che ho visto sotto alla chiesetta, magari trovo qualche altro buon passaggio. Sono spedita, almeno così mi sembra, mi sento bene, qualcuno lavora all’agriturismo, due ciclisti mi superano, scendo alla chiesa, sul piccolo sagrato è parcheggiato un camioncino di operai, mi immetto nel sentiero e incrocio subito un ragazzo a cui chiedo informazioni: accidenti è solo un sentiero fra le case, procedo verso Acquamarcia, e poi decido di scendere verso Marsellenico, da qui sicuramente ci sarà una stradetta che evita di andare a Santa Croce! Eccomi nella piazzetta con una fontana, tutto disabitato ma ordinato questo nucleo di case a me sconosciuto, scendo e cerco possibili sentieri, un bosco c’è e pare che la strada sia appena sotto… ma non vedo nessuna traccia di possibili passaggi, mi rassegno e torno di nuovo sulla strada per Santa Croce! Ah, ho visto una chiesetta trasformata in abitazione, non so se mi piaccia o no, so che in altri posti si fanno queste trasformazioni, nei nostri paesini è insolito.

Il sole sta scendendo, c’è una bella vista e scatto foto alle Orobie! Ancora? Sì è vero ne ho già di Morbegno da questo punto di vista, e di Talamona anche, e delle cime sopra anche, chissà perchè faccio tante foto!

Perfino la ripida discesa da Santa Croce mi sembra meno impegnativa del solito, quando si fanno le cose molte volte diventano più facili, poi smetterò anche di fare foto e sarò più veloce e leggera?

Fermo la ripresa del GPS, salgo in macchina e mi accorgo che il video non mi ha chiuso il percorso. Boh! Lo chiuderò io sulla cartina.

 

Video relive Giretto al sole  di cui ho raccontato sopra (di lunedì 8 febbraio)

Video relive precedente in cui sono scesa dallo stesso sentiero a scale: Campovico-Cermeledo  (del 5 febbraio)

Foto del pomeriggio al sole:

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Aggiungo la camminata del 26 febbraio 2021, salendo dallo stesso sentiero, ma con mio figlio. Dura la scala al suo passo. Sempre bella però: tantissime violette sulla salita.

Nella ripida discesa da San Bello a Morbegno tante Vitalbe, affascinante arbusto lianoso infestante coperto in questo periodo di numerose palle di lanugine.

Cerco su internet  “la lanugine è formata dall’intreccio degli stili, cioè ogni seme ha attaccata questa coda piumosa, che ha lo scopo di facilitare la diffusione.

 

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A piedi da Morbegno a Chempo

– Come una volta: da un paese all’altro, da una casa all’altra, a piedi, utilizzando sentieri e mulattiere. Certo ci vuole un po’ più di tempo e di energia personale, ma senza produrre smog, rumori, traffico… Si ha la sensazione di essere più liberi, svincolati da una macchina e dalle sue prestazioni, liberi di essere lenti, di sentire la fatica, il caldo del sole, il sudore nella salita, il venticello nei punti più esposti, l’umidità nelle valli profonde. Provare un po’ tensione se non conosci o riconosci il sentiero, se senti un rumore insolito nel silenzio del percorso, se si sta facendo tardi e non devi trovarti al buio ancora sui sentieri.

Ma oggi abbiamo i cellulari sempre con noi, si possono controllare i tempi, le lunghezze fatte e da fare, la velocità del cammino, sapere il nome delle cime che vedi, delle piante che trovi, fotografare quello che ti incuriosisce, quello che ti emoziona, quello che ti inquieta.

Possiamo mandare messaggi, chiamare, rispondere…  Anche se sei sola sembra di essere in gruppo! A me piace andare con altri per condividere le sensazioni, scambiare pareri e informazioni, chiacchierare e conoscersi! Ma mi piace anche essere sola, seguire i miei ritmi, fermarmi o correre se ne ho bisogno. Oggi, come dicevo, con la tecnologia possiamo essere soli ma connessi con altri. E se vuoi essere proprio sola, vai in solitaria e ti disconnetti. Quindi si possono provare esperienze diverse e viaggi mai uguali, anche percorrendo le medesime strade.

Alcuni ricordi di passeggiate in compagnia:

Solo in questi ultimi mesi ho ripreso a camminare. Lo faccio con piacere, senza farmi troppe richieste, con il desiderio di scoprire percorsi antichi costruiti con pazienza dai nostri antenati per le loro esigenze di comunicazione, coltivazione e scambio. Per questo sono motivata anche a brevi passeggiate da sola!

Questa premessa perché volevo fissare l’attenzione su alcune camminate fatte proprio per spostarsi fra le due abitazioni, quella in città e quella in montagna. Questo mi ricorda la vita di transumanza che facevano un tempo i contadini della costiera dei Cech, che si spostavano per seguire meglio i ritmi della natura ed essere nel luogo che richiedeva il maggior intervento e soddisfava i bisogni di raccolta e allevamento del bestiame.

Le varie residenze degli abitanti dei cech non erano molto distanti fra loro, tutte sulla costiera, dal fondovalle agli alpeggi.

Le nostre due case distano in auto circa 10 km di strada, che si percorrono in 15/20 minuti.


A piedi? Si possono quasi dimezzare i chilometri se si conoscono i sentieri, come ha registrato la mappa dal mio cellulare. La lunghezza dipende da quale sentiero, mulattiera o carrozzabile si utilizza. Abbiamo scoperto che ci sono diversi percorsi che attraversano paesi, boschi, prati o vigneti. Alcuni più ripidi, altri più dolci, alcuni poco praticati, molti recuperati e ben segnalati da associazioni sportive locali per allenamenti e competizioni, e alcuni sentieri ancora da riscoprire… Ci sono anche delle bellissime mulattiere acciottolate, interrotte dal passaggio delle strade asfaltate per le auto. Per quanto riguarda i tempi? Dipende dalla velocità del pedone: età, allenamento e dalle soste che fa per godersi il percorso o battere dei record!

La discesa più gettonata segue il percorso seguente:

La salita si può fare seguendo lo stesso percorso della discesa, ma l’ultima l’ho fatto passando dalle vigne di San Biagio, i tempi sono simili.  Alcune foto del passaggio:

Link ai due video-percorsi fatti su mappe da Relive, un’app da scaricare e attivare a piacere, che ti segue nel tuo cammino, e dove puoi anche inserire delle foto scattate in precisi luoghi o punti di riferimento. Il primo percorso è solo in discesa, il secondo salita e discesa:

– 2 agosto 2020 – Discesa estiva alla città Scendere a valle in solitario silenzio

– 2 febbraio 2021 – Ultimo e più completo cammino da Morbegno a Chempo e ritorno Pomeriggio su e giù –

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Le tre chiese nel Gisöl di Selvapiana

In una cappelletta o gisöl in località Selvapiana, frazione di Morbegno (Sondrio), sulla Costiera dei Cech,  possiamo vedere un moderno dipinto (di V. Deon del 2001). Questo dipinto (vedi immagine a destra) rappresenta “Gesù Buon Pastore”: il Buon Pastore ha un lungo bastone e le pecorelle intorno, fra loro una, nascosta dietro a Gesù, è nera. Ci sarà un nesso con il vicino agriturismo?
Sullo sfondo la Costiera con il taglio della valle del torrente Tovate che, nell’ultimo tratto, per raggiungere il fondovalle, deve farsi strada fra il fianco del Monte e il Culmine di Dazio.

Ma quali sono le tre chiese raffigurate?

Sono le tre Chiese più vicine a questa cappelletta e nella passeggiata del 30 gennaio 2021, che visualizzate nella mappa sotto, le abbiamo incontrate tutte e tre, e abbiamo anche salutato la cappelletta.

Mi è parso curiosa questa immagine che unisce religiosità,  attività commerciale e sullo sfondo, l’ambiente geografico locale.

Le chiese si possono riconoscere per la facciata e la posizione: quella  di Campovico in basso a destra, quella di Cermeledo in centro e di Selvapiana a sinistra.

Vediamo alcune notizie su queste tre Chiese e i loro fedeli?

Chiesa di Campovico

Chiesa della Visitazione di Campovico

La chiesa parrocchiale di Campovico, dedicata alla Visitazione della Beata Vergine Maria, se ne sta arroccata a 281 metri su un bel poggio che domina il paese. La chiesa fu eretta a parrocchia nel 1602 e consacrata nel 1706, dopo che era stato edificata sopra alla precedente; in quel periodo, la chiesa parrocchiale era quella di S. Nazzaro a Cermeledo ed ancora oggi la parrocchia comprende, oltre alla centrale chiesa a Campovico, la chiesa di S. Nazzaro, la chiesa di S. Benigno de Medici o San Bello e la chiesa di S. Giuseppe a Selvapiana.

Campovico è una frazione di Morbegno. I suoi suoi abitanti, leggiamo in un documento storico: “Alquanto diversa da quella di Morbegno è la popolazione di Campovico che appartiene alla stirpe dei Cech, d’origine franca. Di qua dell’Adda, essendo la zona meno fertile e poco solatia, l’elemento barbarico si diffuse assai meno e le antiche genti etrusche e romane poterono sussistere, nella zona dei Cech ebbero invece il sopravvento i Longobardi e i Franchi”
Le origini del borgo di Campovico sono probabilmente legate ad un antico porto sull’Adda, quando ancora questa era navigabile. Non sappiamo fino a che epoca, ma nel Quattrocento il porto di Campovico non c’era più, in un documento del 1395 i suoi abitanti si erano trasferiti dal piano a Cermeledo, soprattutto per le conseguenze delle rovinose piene del Toate e dell’Adda.

Chiesa di san Nazzaro di Cermeledo

Chiesa di Cermeledo
Si tratta della secentesca chiesa di S. Nazzaro di Cermeledo, la cui importanza è testimoniata dal fatto che nei secoli XVII e XVIII fu chiesa parrocchiale di Campovico, quando buona parte della popolazione del comune era concentrata qui. Il primo nucleo della chiesa dedicata ai santi Nazzaro e Celso, fu edificato, dalla famiglia Castelli Sannazzaro, nel 1369 e fu poi ampliato nel 1624. Siamo in località Dosso del Visconte o semplicemente “el dòs”, con voce dialettale.
Oggi sul sagrato della chiesa regna quasi sempre una profondissima quiete.

Cermeledo, anch’essa frazione di Morbegno e, prima del 1938 frazione di Campovico, quando venne aggregato al comune di Morbegno. Piccolo borgo rurale che si trova, nascosto fra i castagni, a monte di Campovico, a 461 metri.

Di particolare importanza storica, nel vicino dosso del Visconte, dove sorge la Chiesa, ebbe sede il Visconte di Valtellina in età carolingia (fino al 1037)
Data la natura dei luoghi, gli abitanti di Campovico furono indotti, in passato, a trasferirsi qui in massa, per sfuggire alle conseguenze delle vicende belliche e alle rovinose di alluvioni dell’Adda e del Tovate o Toate. Il Tovate merita una breve parentesi: secondo una voce assai antica, in origine scendeva a valle sul versante della Val Masino, immettendosi direttamente nel torrente Masino; trovò poi la nuova via, scaricando periodicamente la sua furia nella piana di Campovico.

Per raggiungere Cermeledo possiamo salire da Campovico lungo l’antica mulattiera trasformata oggi in un tratturo in cui il fondo in asfalto e cemento risparmia solo per brevi tratti l’antico fondo acciottolato.

Chiesa di Selvapiana

Chiesa di San Giuseppe di Selvapiana

La chiesetta dedicata a San Giuseppe ha sulla facciata un dipinto del santo, con l’immancabile giglio nella mano sinistra ed il Bambin Gesù nella destra.

Qui scendevano, fino agli anni cinquanta del secolo scorso, i contadini di Civo per i lavori primaverili nelle vigne. Anche la scuola elementare per qualche settimana scendeva con loro.

Selvapiana con le sue belle case, è uno dei nuclei meno noti ma più straordinari e panoramici della Costiera dei Cech orientale.

Abbiamo scoperto quali sono le chiese del dipinto, il motivo della scelta sarà perchè sono le più vicine a questo luogo (vedi mappa) e forse questa cappelletta è di proprietà del vicino agriturismo dal nome “Pecora Nera”.

 Le informazioni sono state tratte e sintetizzate dalle belle pubblicazioni di 
(Massimo Dei Cas, www.paesidivaltellina.it)

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Viaggio in Italia con Simone Weil

Un anno fa, in attesa del treno per tornare a casa, entrai alla libreria Feltrinelli -solo a curiosare- perchè di libri ne avevo già acquistati al Convegno per cui ero appunto a Milano. Gironzolando vidi sugli scaffali un libro dal titolo “Viaggio in Italia” di Simone Weil. Non è stato il contenuto ad incuriosirmi particolarmente, ma il fatto che l’avesse scritto la famosa Simone che sapevo essere stata una donna eccezionale. Lo sfogliai, lo fotografai e tornai a casa. Ogni tanto ripensavo al libro per il desiderio di cominciare a conoscere la filosofa Simone, iniziando da un suo viaggio reale e non da quelli del suo pensiero. Per Natale ho deciso di acquistarlo, ma ho preso l’occasione della sfida lanciata dalle sorelle GG sui social¹ per iniziare a leggerlo. Non lo volevo fare perchè ne avevo già parecchi in lettura… ma ora sto leggendo la Weil e gli altri, attendono.

Già alle prime pagine mi accorgo che anche nelle lettere che scrive all’amico Jean Posternak si riconosce una personalità squisita, felice, curiosa, straordinariamente profonda e colta. Le osservazioni e le emozioni che comunica al lettore sono tante e la lettura diventa sempre più lenta perchè dirottata ad approfondire, a capire, a conoscere chi e cosa la interessa, cosa la turba, cosa la fa innamorare o arrabbiare.

Prendo nota di alcune sue frasi che mi colpiscono, per la forma, per la cultura, per la franchezza, la freschezza, l’ironia e l’allegria con cui comunica. Ecco, credo di aver trovato un’altra “maestra”, una maestra difficile, scomoda ma comprensiva, stimolante e originalissima.

Dalle lettere all'amico Jean Posternak e alla sua famiglia. 

Le annotazioni le inserisco insieme per maggior chiarezza, sono indirizzate dai medesimi posti e parlano degli stessi fatti, anche se in modi differenti.

(Le lettere all’amico iniziano a pag. 31; le lettere alla famiglia iniziano a pag. 57)

 Milano, aprile 1937

“Caro amico,

eccomi a Milano, è incredibile, ma non ho ancora del tutto dimenticato quelli che languiscono tra le brume del Nord. … Milano è una città popolosa di quelle che piacciono a me, e sento che tra qualche giorno mi sembrerà di esserci nata. La popolazione di qui è veramente simpatica.”   (pag. 31-32 )

“Cara famiglia,

vi ho già scritto da qui ma, dopo essere rimasta per un po’ in tasca, la lettera è fuggita verso ignoti destini. Che sfortuna, meno male che il contenuto non era compromettente. Mi trovo ancora a Milano perchè in questi giorni sta piovendo, e  ciò rende il soggiorno, in una città grande come Milano, più piacevole delle passeggiate in Toscana e in Umbria. E poi, in fondo, non avevo voglia di lasciare Milano. Mi piace tanto, tanto. Senza contare che, tutto sommato, non trovo un motivo plausibile per non passare tutta la vita a Santa Maria delle Grazie, davanti al Cenacolo… Mi sento a casa mia a Milano, come se ci fossi nata…   Il giorno dopo il mio arrivo sono andata ad ascoltare l’Aida di Verdi alla Scala… sono tornata alla Scala per “L’Elisir d’amore” di Donizetti: assolutamente delizioso! … In fondo, a parte Wagner, in fatto di opera lirica, sopporto soltanto i soggetti umoristico-sentimentali” (Rossini e Mozart) …”(pag. 58 )”

Anch’io ascolto “L’Elisr d’amore” di Gaetano Donizzetti su Youtube, molto piacevole e con sottotitoli, al delizioso non so arrivarci e forse non amo particolarmente le opere buffe!

Firenze, maggio 1937

La similitudine con Elettra, come figura di tristezza, di schiavitù mi ha fatto leggere “Il mito di Elettra“²

Io sono stata a Firenze tre volte, ma mai nella Cappella Medicea, mentre lei scrive:

“Finora ho passato delle ore soprattutto nella Cappella Medicea. Non mi aspettavo l’effetto che ha prodotto in me. … Quando sto là non trovo necessario andare altrove per vedere altre cose.” pag.60

Dunque mi informo sulla Cappella (qui), osservo le quatto Allegorie del Tempo, di Michelangelo, in particolare La Notte (qui) e L’Alba, entrambe citate da Simone Weil. Per cogliere la forza e la tristezza sprigionata dalle mani del suo artista, provo a disegnare La Notte copiandola da internet. L’ho costruita con leggerezza e stupore, scoprendone le forme, le posture, i muscoli e i simboli della notte scolpiti negli spazi del suo sonno. Ora la conosco meglio, ma forse un giorno l’andrò a vedere.

“Firenze è la mia città. … Non ho il cuore libero per amare Venezia perchè Firenze me l’ha catturato. Io non visito le città, lascio che entrino dentro di me, per osmosi. Ho contemplato a lungo la “Lezione di Musica” del Giorgione a Palazzo Pitti (non so chi siano quegli idioti che, da qualche tempo, l’attribuiscono a Tiziano). (pag.37)

Agli Uffizi vi ho trovato il Cavaliere di Malta, L’Annunciazione di Leonardo da Vinci, una quantità di Tiziano. La sala Botticelli è impressionante, soprattutto La Primavera. Ma niente di tutto questo, nemmeno lontanamente, vale Il Concerto.” (pag. 60-61)

Insomma sono dovuta andare a vedere di che quadro si trattasse (qui e qui). Innanzi tutto ha diversi titoli, oltre alla mancaznza di certezza sul suo autore. A me è piaciuto il titolo “Concerto interrotto” e ho voluto copiare uno dei tre personaggi raffigurati, quello in centro, che continua a suonare da solo. Avrei voluto disegnare solo le mani che suonano e quella sulla spalla, ma poi si è formato tutto il suonatore. Il risultato del mio schizzo a penna e pastelli è abbastanza insolito.

Simone Weil continua a raccontarci di Firenze e delle sue predilezioni:

“Ho provato una tenerezza particolare per il Perseo di Benvenuto Cellini, sotto l’incantevole Loggia dei Lanzi, e soprattutto per le figure che si trovano alla base (la vergine nuda, il genio senza ali che spicca il volo, ecc) (pag. 37)

La vergine è Pallade, che dona a Perseo lo scudo con cui riuscirà a vincere la Medusa. Nell’atto di porgerglielo, la dea pronuncia in latino le parole riportate nell’iscrizione: Io, tua casta sorella, ti offro questo scudo perchè tu vinca.

Io scopro Il Perseo come se non lo avessi mai visto, in realtà non sapevo guardarlo. Ricerco immagini che lo ritraggono da varie angolazioni, ma non riesco a vedere tutto quello che lei ha osservato, leggo la storia e le vicissitudini del suo costruttore e della sua lavorazione.³

Roma, maggio 1937 (Pag. 62, 63, 64)

“Eccomi a Roma da tre giorni e mezzo e ho la sensazione di esservi da un lungo periodo. Mi sono sentita a mio agio a Roma, forse perchè ho potuto subito ascoltare della buona musica. … Arrivata a Sant’Anselmo (un puro gioiello di monastero benedettino, proprio a strapiombo sul Tevere) alle sei, giusto all’inizio di una cerimonia liturgica (con canto gregoriano). … L’indomani messa di Pentecoste a San Pietro. … Se il paradiso somiglia a San Pietro, durante i cori della Sistina, vale la pena di andarci.”

Simone non era religiosa, nel senso che non professava nessuna religione, ma a Roma, anche sede del Capo della Cristianità, ha trascorso ore ed ore nelle chiese ad ascoltare musica sacra, Messe e Vespri. Percorre a piedi Roma dove ritrova la storia e l’arte ovunque, visita più volte i musei.

“Oggi ho trascorso tre ore ai Musei Vaticani, nessuno mi aveva informato che nella pinacoteca c’è un San Girolamo di Leonardo da Vinci, dipinto su legno, straordinario, e per il quale darei in cambio venti volte tutto il resto della Pinacoteca.”

Ed eccomi a ricercare questo San Girolamo, un penitente che si flagella nel deserto in compagnia del suo leone… Mah, certo sappiamo quanto Simone cercasse di provare le privazioni, le fatiche, le umiliazioni… per capire i più poveri e diseredati, leggiamo con quanta sofferenza nella malattia abbia dovuto convivere e combattere fin dall’infanzia, e conosciamo la verità di quanto il dolore si possa avvicinare alla beatitudine e la grande felicità possa ferire come il dolore… ma per trovare sublime questa immagine bisogna essere molto profondi e mistici.

Certamente colpisce la forza fisica nella sofferenza spirituale dell’eremita e santo, in contrasto con la forza fisica nella tranquilla e naturale presenza del leone nel deserto.

Sempre nella lettera ai suoi famigliari Simone Weil scrive:
“Quel San Girolamo, Il Concerto di Giorgione di Palazzo Pitti e il Cristo in scorcio di Brera (Il Cristo Morto di Andrea Mantegna nella Galleria di Brera a Milano), saranno i tre ricordi veramente intensi che conserverò delle collezioni italiane di pittura.

Firenze, 3 giugno 1937

“Tornata a Firenze, mi è parso di trovare la mia città natale, dopo un breve viaggio: in nessun altro posto mi sento a casa mia come quì. Ho di nuovo contemplato Il Concerto di Giorgione, la Cappella Medicea, il David, San Miniato. Domani “L’incoronazione di Poppea”, all’anfiteatro di Boboli, con Palazzo Pitti come fondale, sotto un cielo stellato, è una di quelle meraviglie di cui ci si ricorda per tutta la vita. Penso che tornerò a vederla.” (pag. 66)

Parigi, estate 1937

Caro amico, … Il sentimento con il quale penso all’Italia può essere espresso solo con la parola “heimwed” (nostalgia). … Da quando sono tornata dall’Italia – tra parentesi, essa ha risvegliato in me la vocazione per la poesia, rimossa durante l’adolescenza per svariati motivi – ho contratto due amori. Uno è Lawrence d’Arabia, l’altro è Goya. …   Devo parlarle della Francia?

Nel 1938, Simone Weil tornerà in Italia. In questo secondo viaggio sarà anche a Venezia, da qui non lascierà nessuna corrispondenza o appunto, i genitori sono spesso con lei, ma non ci sarà nessuna lettera nemmeno per l’amico Jean. Scriverà invece un poema: “Venezia salva. Simone teneva molto a questo dramma, dove avrebbe voluto dare il meglio di sè, attraverso la riscoperta poesia. sulla forza e la grazia. Leggo a pag. 79, 80, che se amò Firenze di una passione solare, Venezia fu la città italiana la cui memoria segreta, intima e indicibile, portò sempre con sè.

Oggi ho ricevuto il libro Venezia Salva tradotto da Cristina Campo. Un regalo perfetto per continuare “il viaggio in Italia” con la straordinaria guida di Simone Weil.

Trovo su youtube il film di Luca Ronconi che mette in scena il dramma di Simone Weil in modo fedelissimo, leggendo e interpretando le parole della Weil tradotte da Cristina Campo. Perfetto! Lo seguo, leggo e ascolto, ascolto e guardo… sono fortunata. (sotto il link al film completo)

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Note:

¹ La mia breve registrazione per la sfida che ha fatto iniziare la lettura del libro dellaWeil, utilizzata per documentarla su Instagram e Facebook (#14momentixme). La lettura che sentite nel video è stentata perchè ero disagiata nel voler riprendere il libro e leggerlo, non vedevo bene insomma, ma lo scritto lo trovate quasi tutto sopra.

² Il mito di Elettra (Eschilo – Sofocle – Euripide) qui

³ Il Perseo qui  e qui Benvenuto Cellini qui

Libri letti o visionati intorno a Simone Weil

– Viaggio in Italia; Simone Weil; a cura di Domenico Canciani e Maria Antonietta Vito; ed. Castelvecchi

– L’ombra e la grazia; Simone Weil; a cura di Georges Hourdin e Franco Fortini; testo francese a fronte curato da Gustave Thibon; ed. Bompiani

– A un giorno; Simone Weil; ed. Acquamarina (poesie)

– Il mito di Elettra; Eschilo – Sofocle – Euripide

– Venezia salva, tragedia in tre atti; Simone Weil; traduzione e introduzione di Cristina Campo

Opere, film e documentari (su Youtube)

–  Opera comica “L’elisir d’amore” (sottotitoli italiano) di Gaetano Donizetti -i una bella esecuzione
interpreti: Nemorino: Rolando Villazon, Adina: Anna Netrebko, Belcore: Leo Nucci, Dulcamara: Ildebrando d’Arcangelo. Coro e orchestra :Wiener Staatsoper diretto da Alfred Eschwè

– “L’incoronazione di Poppea” di Claudio Monteverdi (1567-1643)

Le stelle inquiete. Film biografico su Simone Weil. Gustave Thibon, il proprietario della tenuta dove Simone va a provare a fare la contadina, riceverà da lei dei manoscritti con i quali poi lui pubblicherà il libro “L’ombra e la grazia”

Olocausto privato. Ipotesi su Simone Weil.  Un documetario con spezzoni di film, testimonianze di persone che l’hanno conosciuta o studiata. Molto interessante.

Profili di protagonisti: Simone Weil. Il programma “profili di protagonisti” (Rai, 1969) ripercorre vita e opere della filosofa francese.

film VENEZIA SALVA dal testo di Simone Weil, regia di Luca Ronconi

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Una casa nei Cech (14) -il soggiorno-

Dopo le attenzioni all’orticello (vedi qui), ai piccoli raccolti, con qualche soddisfazione e nuove esperienze culinarie, ora lasciamo riposare la terra sotto l’abbondante nevicata e mettiamoci comodi in soggiorno.

Qualche premessa indispensabile.

All’acquisto della casa nei Cech scoprimmo che c’era “un locale” non di proprietà dei venditori, si trattava di una porzioncina al primo piano con accesso autonomo dal vicolo pubblico. Questo locale era chiamato “locale dei morti”, ed era di proprietà degli abitanti del paese. Questa, come altre simili proprietà pubbliche, faceva parte di lasciti di privati a favore della popolazione del paese che poteva utilizzarli a suo bisogno. Per gestire queste proprietà c’era un’associazione con amministratori. Quindi ci siamo dovuti rivolgere agli amministratori per chiedere l’acquisto di questo “locale”.

Perchè si chiamasse locale dei morti pare dipendesse proprio dal fatto che “chi moriva” poteva lasciare qualcosa al paese. Altri ci dissero che il nome poteva derivare anche dall’utilizzo di questi spazi come camera mortuaria o per emergenze di aiuto a chi si trovasse senza casa per qualche disgrazia, la più ricorrente era l’incendio. Questo nome poco allegro non ci distolse dal procedere a continuare le pratiche di acquisizione della casa dallo sguardo che si perdeva nella valle e la facciata che si scaldava al sole.

Come avremmo poi utilizzato questi spazi separati fra loro per ora non ci preoccupava: avremmo cominciato a conoscerli e usarli così come ce li avevano consegnati il tempo e le storie che racchiudevano. Storie di gente di montagna, di famiglie numerose, di padri partiti per cercare fortuna in America o nelle grandi città italiane ed europee, principalmente sappiamo di abitanti rimasti sia in America che a Roma. Il tempo di queste mura, di questi legni, delle porte con catenacci e chiavistelli non è lo stesso per tutta la casa. Ci sono parti esistenti almeno dal 1800 a cui si sono aggiunti, addossamdosi ai precedenti, nuovi spazi, sfruttando sostegni e sassi già collocati. Non ci sono carte, nè progetti, nè calcoli scritti da professionisti, erano i proprietari stessi, che avevano pratica di come costruire muri con i sassi e le terre a loro disposizione, erano gli abitanti stessi che aumentavano la proprietà quando ne avevano la possibilità. Spesso dopo qualche anno di lavoro lontano dal paesino si tornava con qualche soldo in più e allora si aggiungeva un nuovo camino, un forno, una stanza, un balcone, un rubinetto…

Ebbene il “locale dei morti” è diventato di nostra proprietà e la casa è completa, ora si può pensare a come metterla in sicurezza, ma di questo ne ho già parlato e ne parleremo ancora in avvenire, visto che la ristrutturazione sta procedendo poco per volta per non snaturare questo piccolo “museo di vita contadina”.

   – In questo articolo vorrei mostrarvi come abbiamo ottenuto l’attuale soggiorno, ed è proprio trasformando il locale dei morti che i lavori ci hanno consegnato un confortevole luogo per stare a tavola in compagnia, lavorare, rilassarci, giocare…

– Com’era e cosa c’era nel vecchio locale?

In fondo al vicolo dall’acciottolato sconnesso, due gradini arrivano alla porta che ci apre un piccolo stanzino dal soffitto basso in legno. In questo stanzino c’è una scaffalatura alla buona ma robusta su cui sono rimasti alcuni vecchi attrezzi da muratore: secchielli, cazzuole, martelli, chiodi, fili di ferro, cartelli da cantiere. Dal primo stanzino si passa ad un secondo ancora più piccolo. Scopriremo che metà di questo è occupato dal forno del pane coperto di materiale e chiuso nei muri per essere isolato e poter raggiungere la temperatura per cuocere il pane.  Il pavimento è di un cemento polveroso, le finestre, piccole aperture senza vetri, sono chiuse da ferri incrociati. (le foto sotto sono state scattate da noi nel 2004)

– La porta è stata riutilizzata per il nuovo locale attrezzi, una finestrella avrei voluto conservarla ma non è stato possibile. I due vani a muro verranno invece ripuliti e mantenuti. I due finestrini saranno sostituiti da una finestra più grande e da una porta a vetri

Ecco la trasformazione?

Quali lavori sono stati fatti nel 2015/16 per avere questa trasformazione? Alcune foto per renderci l’idea di questa seconda fase di ristrutturazione, il collegamento alla cucina e la conservazione della “bocca del forno”…

– Durante la prima fase di ristrutturazione avevamo previsto e preparato il passaggio verso questo soggiorno. Allora avevamo scoperto che la volta del forno era tutta coperta da materiale chiuso fra i muri, abbiamo quindi richiuso provvisoriamente con mattoni (vedi foto) e per dieci anni il passaggio è stato una nicchia con mensole per riporre oggetti. Ma ora al posto della nicchia un tondo passaggio ci conduce nel soggiorno!

Possiamo senz’altro essere soddisfatti di avere questo nuovo locale, caldo, luminoso e spazioso, anche se i tempi per la sua realizzazione sono stati decisamente lunghi.

Il soggiorno della casa dei cech vi saluta con i due cimeli storici che conserva: l’armadietto degli operai e la bocca del vecchio forno del pane, e un ciao anche dai due attrezzi incorniciali e dalle vecchie chiavi che ci ricordano l’arte antica dei fabbri per la vita dei contadini delle nostre montagne:

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Maria Valenti/Alicemate  ^_^

Accendere la stufa!

Da una settimana è scattato il lockdown in Lombardia, io ero nella casa di montagna per la raccolta dello zafferano, e qui sono rimasta. Questa decisione è stata presa in accordo dai tre familiari coinvolti: rimanere in questo paesino più a contatto con la natura, vicino ai boschi, più facilitati a muoverci nel comune vasto e poco abitato, ma in particolare perchè qui stiamo bene.

Le temperature si sono abbassate nelle valli e sui pendii delle nostre Alpi, ma da noi, se sorge il sole, è sempre primavera! Quindi si è invogliati ad uscire, camminare, esplorare boschi, pulire campi, raccogliere prodotti del luogo… ma quando ci si ferma è importante sentire un po’ di tepore e riposare.

Una bella stufa accesa è utile e allegra, fa compagnia, con lei non si è mai soli, entrambi ci sentiamo necessari!

Accendere la stufa dunque, o in dialetto talamonese impizzà la pigno, è diventato un rito importante, quando lo faccio mi sento trasportare nella mia casa dell’infanzia per l’effetto madeleine: l’odore della cenere, del fumo che scappa, lo scoppiettio del legno che si consuma, le mani sporche di nero, il caldo che ti avvolge e rosola.

Ok, non è proprio tutto poetico, bassa manovalanza ma non solo, quando si tratta di accendere il fuoco ci vuole anche competenza. Rivedo mia madre al lavoro con umile destrezza nel compiere azioni tanto ripetitive da diventare perfette!

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Altra considerazione: ma come si traducono in lingua italiana i nomi dei materiali e delle azioni necessari ad accendere e mantenere il fuoco in una stufa a legna?

Mi informerò, ma di sicuro io la stufa a legna l’ho vista funzionare

solo in dialetto!

Ecco i nomi scritti correttamente in dialetto e la rispettiva traduzione in italiano (richiesti alla Prof. Nelda che li ha presi dal vocabolario di padre Abramo, l’unico testo a cui si può far riferimento per Talamona):

Spazzööl -> pezzo di asse di legno   – Schéno -> pezzo di legna da ardere   – Cavìc -> legnetto

 

– i spazzööi – la schéno – i cavìc

In effetti non ci sono traduzioni precise, una è un alterato e due sono perifrasi della parola legno:

legnetto, pezzo di asse di legno, pezzo di legna da ardere.

Quindi in italiano non si accendeva realmente una stufa?

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Che dite, può essere una festa antica e magica avere una stufa chiacchierina che ci spia dai vetri della sua fornace?

Allora tagliamo la torta?

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Al lago, da San Fedelino!

Facciamo una passeggiata al lago? Anche se ci troveremo ancora nei boschi e sui sentieri, a scrutare lo spuntare dei funghi. Non si tratta dunque della passeggiata sul lungolago, ma in luoghi isolati, raggiunti, al tempo degli imperatori romani, da un soldato perseguitato. Anzi il lago lo vedremo solo dall’alto di un belvedere, chiamato “Il salto delle capre” perchè al tempietto di San Fedelino, dove un tempo arrivava il lago, ora scorre il fiume Mera che alimenta il lago di Novate Mezzola.

Quindi attivo l’App di Relive per giocare un po’ con le mappe, i tempi, le altitudini, e i nostri scatti. Alla fine ecco il nostro giro, tempi rilassati e le foto più significative nel breve video:

 

La mappa completata:

La mappa costruita da Relive sul nostro cammino.

Alcune informazioni prese da qui su  SAN FEDELE, FRA STORIA E LEGGENDA

Ecco quel che scrive, in proposito, Giovanni Guler von Weineck, che fu governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie nel 1587-88, nella sua opera “Rhaetia”, pubblicata a Zurigo nel 1616: “Restano… sul posto dell’antica Samolaco, i ruderi di alcune torri ed una parte della chiesa che era stata eretta in onore di S. Giovanni. In quel luogo fu martirizzato S. Fedele dai sicari di Massimiano, che allora insieme con Diocleziano governava l’Impero Romano, perseguitando il Cristianesimo. Il corpo del Santo fu in seguito, nell’anno 1437, trasferito di lì con solenni cerimonie a Como.

Fedele venne proclamato santo e, per celebrare la sua memoria, nel luogo del suo martirio fu eretto un primo tempietto che custodiva la sua tomba, ricordato già fra la fine del V secolo e gli inizi del VI dal vescovo di Pavia e scrittore Ennodio. Il tempietto andò in rovina, e, fu sostituito, qualche secolo dopo, nel 964, dall’attuale tempietto in stile romanico, mentre le sue spoglie vennero trasportate a Como.
Il nuovo tempietto, per le sue dimensioni ridotte, venne ben presto chiamato San Fedelino.

L’edificio, proprietà della parrocchia di Novate Mezzola, ha dimensioni ridotte (m. 6,2 x m. 4,5) ed ha una pianta quadrata, con l’abside rivolta ad est, il punto cardinale che simboleggia la luce nascente. Sul lato opposto, ad ovest, dovrebbe trovarsi la facciata, che però è addossata alla roccia del monte Berlinghera, in quanto il tempietto venne costruito sullo stretto lembo di terra compreso fra il monte ed il lago, che ora si è ritirato, lasciando il posto al fiume Mera, che scende dalla piana di Chiavenna.
Il tempietto, restaurato una prima volta nel 1905 ed una seconda fra il 1993 ed il 1994, può essere raggiunto, in traghetto, partendo dalla sponda nord-orientale del lago, in territorio di Novate Mezzola, oppure, con una suggestiva e facile camminata, per via di terra, partendo da Casenda, frazione di Samolaco.
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Da Cevo… nella Valle di Spluga

Scrivevo su facebook domenica 21 giugno alle ore 15:59: ho raggiunto questo mondo grazie alla volontà… e alla mancanza di  rappresentazione del percorso. La rappresentazione me la sono costruita cammin facendo, come pure la volontà si è imposta lungo il percorso.

Dunque l’obiettivo era scoprire la Valle di Spluga, una valle poco nominata, poco frequentata, fuori dalle gite estive. Chissà perchè?

Lo abbiamo scoperto avvicinandoci ad essa. Difficile salita, poche case e quasi completamente abbandonate nel primo nucleo, ridotte a ruderi nel secondo nucleo, dove poi ci siamo fermati.

Nella mappa sopra della Swisstopo viene indicato il Monte Spluga dove altre indicano il Desenico (plastico della Provincia di Sondrio), mentre il Monte Spluga a volte è una seconda denominazione della Cima del Calvo (mappa Konpass):

Salendo ho scattato alcune foto, perchè mi piace e per poter prendere respiro.

Cliccare su una foto per ingrandire, far scorrere la galleria
e leggere le didascalie:

Il ritorno è stato decisamente meno impegnativo, anche se le racchette sono state indispensabili per frenare e rassicurare.

Da Ceresolo ho fotografato le immagini sacre di devozione popolare o lasciate in memoria di persone che hanno perso la vita in questi luoghi, immagino per incidenti causati dalla impervietà del percorso.

Chissà se la prossima volta che ci avventuriamo avremo la volontà di raggiungere i laghi a 2163 m s.l.m.

Link per approfondire: QUI

Carte on line qui

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Una casa nei Cech (13) -zona orto-

Con il racconto alla casa nei Cech, ci eravamo lasciati nei luoghi dove trascorrere notti serene (qui).

Ora è venuto il momento per me, ma non solo, di valorizzare “la catena alimentare”.

– Premessa motivazionale –

In quest’ultima primavera di “quarantena”, in difesa dall’assediamento dell’invisibile nemico coronato, molti di noi umani hanno avuto più tempo da occupare in pensieri e  progetti alternativi. Io non ho faticato a restarmene quieta in casa, ma, ma non ho più avuto la possibilità di  avviare lavori e risistemazioni fuori casa… quindi mi sono data un maggior impegno nel predisporre piccole sperimentazioni di orticultura casalinga. Qualche busta di semi al supermercato l’ho trovata, fra cui una di pomodori e una di basilico…

… e alcune sementi rimaste dagli anni precedenti (che si sono poi rivelate inattive) e qualche dritta di amici e da internet, ma proprio a digiuno non ero: le semine scolastiche, la cura di piante e fiori, alcuni orticelli con i figli e ultimamente per la nipotina: certo piccole esperienze agricole di spirito didattico, non da “contadina in proprio”.

– Passaggi storici orto/frutticoli –

Ora siamo a giugno, da un mese liberi di spostarci senza autorizzazioni speciali, e dunque ho sistemato anche nella mia casa nei Cech lo spazio orto.

Questo spazio è un po’ separato dal passaggio di accesso e più vicino alla cucina, quindi lo avevamo da subito riservato a qualche utile e profumata coltivazione: erbe aromatiche, piccoli frutti e un pezzetto di orticello per le verdure estive. Avevamo collocato un rubinetto con la canna per l’acqua, e inizialmente anche l’irrigazione a goccia.
Nel tempo l’esigenza di trascorrere qualche periodo nei Cech è venuto meno, con il sopravvento di altre precedenze. Ora stiamo rivalutando le offerte migratorie per nonni, amici e nipotini.

Ma restiamo in zona orto e vediamo come questo spazio è nato, evoluto, involuto, ricreato.
Con le foto diventa più curiosa la storia, anche di questo piccolo angolo nascosto.

1- Ecco la zona, dove avevamo cominciato a mettere a dimora qualche pianta aromatica verso il muro della costruzione e la lavanda appena sopra il basso muretto. Nella seconda foto com’è ora:

2- il vicolo che porta dalla cucina all’orto prima, dopo e ora…

3- L’aiuola delle erbe aromatiche, i tre mirtilli, il cespuglietto di rosmarino, i prugni selvatici in centro, i lamponi a sinistra verso il muro ed ecco l’orticello (a destra nella seconda foto)… la legna richiede spazio (sistemazione attuale):

4- I lamponi maturano, il rosmarino esplode in fiori e rametti odorosi, i prugni si uniscono e ci regalano saporiti frutti:

5- Dopo qualche anno di sosta, riprendiamo a sistemare l’orticello, con bordure di piastrelle, per approccio didattico della nipotina, e poi mantenuto. I lamponi li spostiamo nel campo per dar spazio alla catasta di legna e alla buca per il compostaggio, e il prugno selvatico deve essere purtroppo tagliato:

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Aggiornamenti nel corso dell’estate con qualche foto dell’evoluzione della semina:

 

 


 

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Al giardinaggio qui

Se volete continuare a leggere: Una casa nei Cech (14) -il soggiorno- qui

 

Anello Storico per pensionati

Un giretto intorno a casa di circa 14 km per rivedere percorsi “storici”, in parte trasformati.

(cliccare su mappa e foto per ingrandire)

Punti di riferimento: Ponte di Ganda, Campovico, Paniga, Desco, strada chiusa per frana, Chiosco del Ponte, la vecchia strada e il viadotto sul Tartano, Talamona Case Barri, cimitero, Centro, e a Morbegno “contro montagna” cioè sotto le ombrose Orobie, per raggiungere il Santuario e Sant’Antonio a Morbegno Sud.

Sotto potete cliccare e aprire la mappa interattiva dell’anello: da Morbegno Nord a Chiosco del Ponte, poi ritorno per Talamona a Morbegno Sud.

Cliccando sui Punti degli indicatori dovreste vedere alcune foto scattate lungo il percorso. Il tratto da Desco al Chiosco del Ponte non è segnato perchè non percorribile, infatti c’è una brutta frana che blocca il passaggio anche ai pedoni. Noi ci siamo avventurati, ma è meglio fermarsi. Sul punto della mia mappa vedrete la foto della vecchia mulattiera e l’Adda sotto la frana.

 

Altre foto delle strade e dei ponti, vecchi e nuovi, sul fiume Adda e torrente Tartano.

Qualche soddisfazione e qualche tristezza nel vedere mutare, valorizzare, abbandonare, riprovare, rischiare ….

Ho documentato questi 14 km come fossi andata a "Compostela"... XD

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