Al lago, da San Fedelino!

Facciamo una passeggiata al lago? Anche se ci troveremo ancora nei boschi e sui sentieri, a scrutare lo spuntare dei funghi. Non si tratta dunque della passeggiata sul lungolago, ma in luoghi isolati, raggiunti, al tempo degli imperatori romani, da un soldato perseguitato. Anzi il lago lo vedremo solo dall’alto di un belvedere, chiamato “Il salto delle capre” perchè al tempietto di San Fedelino, dove un tempo arrivava il lago, ora scorre il fiume Mera che alimenta il lago di Novate Mezzola.

Quindi attivo l’App di Relive per giocare un po’ con le mappe, i tempi, le altitudini, e i nostri scatti. Alla fine ecco il nostro giro, tempi rilassati e le foto più significative nel breve video:

 

La mappa completata:

La mappa costruita da Relive sul nostro cammino.

Alcune informazioni prese da qui su  SAN FEDELE, FRA STORIA E LEGGENDA

Ecco quel che scrive, in proposito, Giovanni Guler von Weineck, che fu governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie nel 1587-88, nella sua opera “Rhaetia”, pubblicata a Zurigo nel 1616: “Restano… sul posto dell’antica Samolaco, i ruderi di alcune torri ed una parte della chiesa che era stata eretta in onore di S. Giovanni. In quel luogo fu martirizzato S. Fedele dai sicari di Massimiano, che allora insieme con Diocleziano governava l’Impero Romano, perseguitando il Cristianesimo. Il corpo del Santo fu in seguito, nell’anno 1437, trasferito di lì con solenni cerimonie a Como.

Fedele venne proclamato santo e, per celebrare la sua memoria, nel luogo del suo martirio fu eretto un primo tempietto che custodiva la sua tomba, ricordato già fra la fine del V secolo e gli inizi del VI dal vescovo di Pavia e scrittore Ennodio. Il tempietto andò in rovina, e, fu sostituito, qualche secolo dopo, nel 964, dall’attuale tempietto in stile romanico, mentre le sue spoglie vennero trasportate a Como.
Il nuovo tempietto, per le sue dimensioni ridotte, venne ben presto chiamato San Fedelino.

L’edificio, proprietà della parrocchia di Novate Mezzola, ha dimensioni ridotte (m. 6,2 x m. 4,5) ed ha una pianta quadrata, con l’abside rivolta ad est, il punto cardinale che simboleggia la luce nascente. Sul lato opposto, ad ovest, dovrebbe trovarsi la facciata, che però è addossata alla roccia del monte Berlinghera, in quanto il tempietto venne costruito sullo stretto lembo di terra compreso fra il monte ed il lago, che ora si è ritirato, lasciando il posto al fiume Mera, che scende dalla piana di Chiavenna.
Il tempietto, restaurato una prima volta nel 1905 ed una seconda fra il 1993 ed il 1994, può essere raggiunto, in traghetto, partendo dalla sponda nord-orientale del lago, in territorio di Novate Mezzola, oppure, con una suggestiva e facile camminata, per via di terra, partendo da Casenda, frazione di Samolaco.
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Da Cevo… nella Valle di Spluga

Scrivevo su facebook domenica 21 giugno alle ore 15:59: ho raggiunto questo mondo grazie alla volontà… e alla mancanza di  rappresentazione del percorso. La rappresentazione me la sono costruita cammin facendo, come pure la volontà si è imposta lungo il percorso.

Dunque l’obiettivo era scoprire la Valle di Spluga, una valle poco nominata, poco frequentata, fuori dalle gite estive. Chissà perchè?

Lo abbiamo scoperto avvicinandoci ad essa. Difficile salita, poche case e quasi completamente abbandonate nel primo nucleo, ridotte a ruderi nel secondo nucleo, dove poi ci siamo fermati.

Nella mappa sopra della Swisstopo viene indicato il Monte Spluga dove altre indicano il Desenico (plastico della Provincia di Sondrio), mentre il Monte Spluga a volte è una seconda denominazione della Cima del Calvo (mappa Konpass):

Salendo ho scattato alcune foto, perchè mi piace e per poter prendere respiro.

Cliccare su una foto per ingrandire, far scorrere la galleria
e leggere le didascalie:

Il ritorno è stato decisamente meno impegnativo, anche se le racchette sono state indispensabili per frenare e rassicurare.

Da Ceresolo ho fotografato le immagini sacre di devozione popolare o lasciate in memoria di persone che hanno perso la vita in questi luoghi, immagino per incidenti causati dalla impervietà del percorso.

Chissà se la prossima volta che ci avventuriamo avremo la volontà di raggiungere i laghi a 2163 m s.l.m.

Link per approfondire: QUI

Carte on line qui

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Una casa nei Cech (13) -zona orto-

Con il racconto alla casa nei Cech, ci eravamo lasciati nei luoghi dove trascorrere notti serene (qui).

Ora è venuto il momento per me, ma non solo, di valorizzare “la catena alimentare”.

– Premessa motivazionale –

In quest’ultima primavera di “quarantena”, in difesa dall’assediamento dell’invisibile nemico coronato, molti di noi umani hanno avuto più tempo da occupare in pensieri e  progetti alternativi. Io non ho faticato a restarmene quieta in casa, ma, ma non ho più avuto la possibilità di  avviare lavori e risistemazioni fuori casa… quindi mi sono data un maggior impegno nel predisporre piccole sperimentazioni di orticultura casalinga. Qualche busta di semi al supermercato l’ho trovata, fra cui una di pomodori e una di basilico…

… e alcune sementi rimaste dagli anni precedenti (che si sono poi rivelate inattive) e qualche dritta di amici e da internet, ma proprio a digiuno non ero: le semine scolastiche, la cura di piante e fiori, alcuni orticelli con i figli e ultimamente per la nipotina: certo piccole esperienze agricole di spirito didattico, non da “contadina in proprio”.

– Passaggi storici orto/frutticoli –

Ora siamo a giugno, da un mese liberi di spostarci senza autorizzazioni speciali, e dunque ho sistemato anche nella mia casa nei Cech lo spazio orto.

Questo spazio è un po’ separato dal passaggio di accesso e più vicino alla cucina, quindi lo avevamo da subito riservato a qualche utile e profumata coltivazione: erbe aromatiche, piccoli frutti e un pezzetto di orticello per le verdure estive. Avevamo collocato un rubinetto con la canna per l’acqua, e inizialmente anche l’irrigazione a goccia.
Nel tempo l’esigenza di trascorrere qualche periodo nei Cech è venuto meno, con il sopravvento di altre precedenze. Ora stiamo rivalutando le offerte migratorie per nonni, amici e nipotini.

Ma restiamo in zona orto e vediamo come questo spazio è nato, evoluto, involuto, ricreato.
Con le foto diventa più curiosa la storia, anche di questo piccolo angolo nascosto.

1- Ecco la zona, dove avevamo cominciato a mettere a dimora qualche pianta aromatica verso il muro della costruzione e la lavanda appena sopra il basso muretto. Nella seconda foto com’è ora:

2- il vicolo che porta dalla cucina all’orto prima, dopo e ora…

3- L’aiuola delle erbe aromatiche, i tre mirtilli, il cespuglietto di rosmarino, i prugni selvatici in centro, i lamponi a sinistra verso il muro ed ecco l’orticello (a destra nella seconda foto)… la legna richiede spazio (sistemazione attuale):

4- I lamponi maturano, il rosmarino esplode in fiori e rametti odorosi, i prugni si uniscono e ci regalano saporiti frutti:

5- Dopo qualche anno di sosta, riprendiamo a sistemare l’orticello, con bordure di piastrelle, per approccio didattico della nipotina, e poi mantenuto. I lamponi li spostiamo nel campo per dar spazio alla catasta di legna e alla buca per il compostaggio, e il prugno selvatico deve essere purtroppo tagliato:

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Agiornamenti nel corso dell’estate con qualche foto dell’evoluzione della semina:

06.07.2020

 

 

 

 

 

 

 

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Al giardinaggio qui

Anello Storico per pensionati

Un giretto intorno a casa di circa 14 km per rivedere percorsi “storici”, in parte trasformati.

(cliccare su mappa e foto per ingrandire)

Punti di riferimento: Ponte di Ganda, Campovico, Paniga, Desco, strada chiusa per frana, Chiosco del Ponte, la vecchia strada e il viadotto sul Tartano, Talamona Case Barri, cimitero, Centro, e a Morbegno “contro montagna” cioè sotto le ombrose Orobie, per raggiungere il Santuario e Sant’Antonio a Morbegno Sud.

Sotto potete cliccare e aprire la mappa interattiva dell’anello: da Morbegno Nord a Chiosco del Ponte, poi ritorno per Talamona a Morbegno Sud.

Cliccando sui Punti degli indicatori dovreste vedere alcune foto scattate lungo il percorso. Il tratto da Desco al Chiosco del Ponte non è segnato perchè non percorribile, infatti c’è una brutta frana che blocca il passaggio anche ai pedoni. Noi ci siamo avventurati, ma è meglio fermarsi. Sul punto della mia mappa vedrete la foto della vecchia mulattiera e l’Adda sotto la frana.

 

Altre foto delle strade e dei ponti, vecchi e nuovi, sul fiume Adda e torrente Tartano.

Qualche soddisfazione e qualche tristezza nel vedere mutare, valorizzare, abbandonare, riprovare, rischiare ….

Ho documentato questi 14 km come fossi andata a "Compostela"... XD

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Anello Chempo-Poira

L’autunno è una bellissima stagione per le passeggiate anche a bassa quota, non richiede alzatacce per sfuggire alla calura estiva e c’è un’atmosfera più naturale sui sentieri e nei piccoli agglomerati montani, che si popolano in piena estate.
Ma,  la fatica a salire e scendere per sentieri, mulattiere e carrozzabili non sparisce!
Un allenamento spero benefico!

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Dalla Val Fabiòlo alla Val Tartano

Mercoledì 2 ottobre siamo riusciti a fare una passeggiata in montagna in compagnia di amici. Nonostante la copiosa pioggia notturna, al mattino siamo partiti con un po’ di tempo nuvoloso ma con buone previsioni per il pomeriggio.

Il programma della passeggiata ci doveva portare in una valle già poco soleggiata e ricca di vegetazione, dove abbiamo fatto colorati e inconsueti incontri con decine di salamandre, lungo la mulattiera che segue a spirale la stretta e ombrosa valle Fabiòlo.

Questa Valle ha inizio a Sirta, non si può dire si apre, perchè pare si nasconda dietro al piccolo paese. E risalendo fino a 1000 metri, ci porta a Campo, in Val Tartano. Giunti là dove il turismo è arrivato in seguito alla costruzione della “passerella nel cielo”, ci fermeremo a mangiare un buon piatto tipico. Scenderemo poi seguendo un altro percorso storico: il sentiero del Dos de la Crus. Sia la Val Fabiòlo che il sentiero del Dos sono le strade che gli abitanti di questi monti percorrevano a piedi, da soli o con le bestie, carichi di gerle o zaini per poter vivere e sfamare le proprie famiglie, questo fino alla costruzione della strada carrozzabile nel 1957. I bambini e i ragazzi anche le percorrevano tutti i giorni per recarsi a scuola o andare a messa, verso Sostila o la Sirta. E durante l’estate le ragazzine andavano per i sentieri a tagliare erba per le capre o raccogliere i fiori per le Madonne dei vari gisööi. E proprio i gisööi, le cappellette con dipinti soggetti religiosi, attirano l’attenzione ancora oggi: così visibili, posti in punti strategici del percorso per poter dare consolazione con una sosta di riposo e preghiera.

La Valle Fabiòlo, ho scoperto, è nota anche come “Valle degli spiriti” per le numerose leggende legate a questo luogo. Mentre raggiungiamo il primo ponte dove c’è la cappella d’inem la val, l’amica mi racconta infatti di spiriti che l’attraversavano con candele in mano, spaventando il povero viandante costretto a seguirli fino al cimitero di Sostila… e molte altre sono le storie, ora scritte sul libricino: “Su per la Valle alla ricerca di antiche leggende” (Liberale Libera e Franco Mottalini, 2013).

Alla località dei Bures, dove troviamo una cappelletta e alcune case, c’è la deviazione per Sostila che noi non faremo per proseguire verso Somvalle e Campo. Quindi raggiungiamo l’ultimo maggengo della valle, la Sponda, a 900 metri, qui ci sono anche le mucche al pascolo che si fanno sentire con le loro zampogne. Ecco ancora una bella cappelletta e alcune case dove si racconta si tenessero danze macabre e dove  si transitava pericolosamente anche col buio per raggiungere e conquistare l’amore. E infine la cappelletta del zapèl de uàl, oltre la quale si apre la piana luminosa di Somvalle, Cà e Campo.

E nel pomeriggio la veloce discesa dal Dos de la Crus, con il sole, le castagne e il panorama sulla bassa Valtellina.

Un video di due minuti per far rivivere la passeggiata sulle due mulattiere, una abitata da salamandre e la seconda con le castagne che cadevano sonore sull’acciottolato.

(per vedere la Val Fabiòlo ferita dalle frane dell’alluvione del 1987, QUI)

Nuova escursione in Val Fabiòlo il 09.07.2020 con percorso tracciato con app Relive:

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Una casa nei Cech (12) -ciao alla stanza delle femmine!-

La stanza dei maschi è diventata un bagno al sole (qui) e quella delle femmine? Dalle idee ai lavori:

E i maschi dove dormiranno ora? e le femmine avranno ancora un loro spazio?

Per ora vediamo com’era questa stanza delle femmine e in cosa si è trasformata? Diciamo per ora come viene utilizzata, perchè tutto può essere sempre modificato, se c’è il bisogno, l’idea, la voglia e la forza.

Anzi partiamo ancora da prima, da quando ce l’hanno mostrata nel 2003 come “la stanza della zia“, ricordo che conteneva i mobili di una vecchia stanza, un po’ malmessa, specialmente il comò che era stato bagnato da una perdita di acqua dal tetto, il letto aveva ancora l’elastico che andava eliminato e il tutto era stato attaccato dal tarlo e dall’usura del tempo, ma le lavorazioni a mano e il materiale in legno invece delle moderne impiallacciature, ci hanno fatto decidere di ridare nuova vita a questa mobilia, ripulita e data ad un bravissimo “lustrone” è ora ancora con noi! (vedi qui)

Ecco le foto della porta e della finestra con gli scuri, esistenti, tutti tinteggiati in verde, che poi abbiamo “copiato” nella ristrutturazione della prima parte della casa. Questi sono inizialmente stati puliti e riutilizzati per diversi anni nella cameretta “delle femmine”:

Quindi nel 2004 si fanno i primi lavori indispensabili a mettere in sicurezza la struttura: tetto, solette…

Questa cameretta la manterremo, come quella dei “maschi”, fino ai nuovi lavori decisi in seguito.

Ecco la “stanza delle “femmine” a confronto con il successivo e recente intervento definitivo del 2015:

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Quindi pare che maschi e femmine, essendo cresciuti, riescano a condividere meglio gli spazi, potendo anche scegliere maggiormente i tempi dei soggiorni!

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Se volete continuare a leggere: Una casa nei Cech (13) -zona orto- 

Una casa nei Cech (11) -un bagno al sole-

Che bello avere un bagno “al sole”!

Avere uno spazio confortevole per potersi rilassare con una doccia, ripulire le unghie annerite dopo aver lavorato in campagna o  magari aver spazzolato con forza i vecchi attrezzi, colorando di ruggine la “posa” di sasso (qui).

E chi non ama lavarsi in un luogo caldo, chi non ama pettinarsi, curarsi mani e viso… e vestirsi in un luogo luminoso?

Eppure le stanze da bagno (o semplicemente i bagni) sono spesso sistemate in spazi della casa angusti e non sempre felici. Spesso le finestre sono inesistenti o piccole, o poste in alto, con vetri smerigliati, la vista su cortili interni…

Certo tutte le stanze meritano attenzione, quindi? Nel mio caso non è stato difficile avendo quasi la completa esposizione della casa a sud/est, ma il vecchio bagno, era a nord! (qui)

Quindi nella ristrutturazione abbiamo ricavato uno spazio per un bagnetto verso sud, con luce, sole, accesso al balcone e vista sulla valle! Qualcuno lo trova un po’ poco intimo, ma si sa, a qualcosa bisogna rinunciare!

Vediamo il cambiamento?

Nello spazio occupato dal nuovo bagno prima c’era una cameretta, che anche noi avevamo sistemato e utilizzato per alcuni anni. Il pavimento era in cemento liscio, non in legno come quello delle altre stanze, perchè sotto c’era il grande forno del pane; la porta finestra in legno verde scolorito con un pesante scuro appeso grazie a due vitoni, e due vetri sottili fermati con dello stucco e schermati da una sottile tendina. Nel muro di una parete era presente una niccchia, che avrei voluto salvare… ma non è stato possibile.
Questa cameretta era in centro e serviva anche da passaggio per la camera vicina (nessun svincolo, vedi qui).

Questa era per noi la camera dei figli maschi.

(cliccare sulle foto per ingrandirle e farle scorrere)

Vediamo nella foto successiva la stanza demolita al suo interno, senza il pavimento, in basso a sinistra i mattoni del vecchio forno, che in parte verrano mantenuti; il soffitto era già stato rialzato; in primo piano il pavimento in legno della “stanza delle femmine”, anche lui purtroppo non sarà recuperato.

lavori di demolizione (19.11.2015)

Ed ecco il nuovo bagnetto e lo svincolo che hanno occupato quasi tutta la precedente cameretta. La porta sarà trasformata in finestra e resterà nella stanza vicina in coppia con la finestrina esistente, mentre qui verrà aperta un’altra porta per uscire sul balcone.

Il bagno, che abbiamo voluto molto semplice, luminoso e bianco, è riscaldato dal sole e da un po’ di legno, e rallegrato dal colore ROSSO!

Dall’esterno si possono osservare le modifiche: il balcone del nostro bagnetto è quello in centro, prima era l’unico sulla facciata, ed è stato mantenuto, le due finestrine anche, come parte dell’ intonaco… Come vedete ci sono stati molti altri interventi, ma di quelli ne riparleremo.

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Ciao, alla prossima puntata!

Una casa nei Cech (12) -ciao alla stanza delle femmine!-

Una casa nei Cech (10) -ambienti e attrezzi da lavoro-

E dopo il riposo (qui), iniziava di buon’ora una giornata di lavoro. In casa e nel paese c’era da fare per tutta la famiglia, lo testimoniano la distribuzione degli spazi, dove quelli per produrre superavano quelli abitativi: ecco infatti molte stalle, fienili, pollai, orti, campi e prati ricavati tagliando parte di bosco; boschi preziosi per ricavare legna e castagne, funghi, frutti selvatici.

Oggi come servizi nelle case sono intesi i bagni, i ripostigli, i locali attrezzi, i garage…

Un tempo quali potevano essere i locali, meglio gli spazi di servizio? Anche allora c’erano i depositi attrezzi per l’agricoltura, le cantine e i solai, ma anche i rifugi per le galline, per le pecore, il posto per allevare il maiale o i conigli, oltre alle stalle vere e proprie per le mucche. Tutti questi spazi di lavoro erano vicino alle abitazioni, spesso sotto alle abitazioni stesse.

Insomma a ben vedere in queste case rurali dei nostri paesi era tutto in funzione del lavoro agricolo e di allevamento a cui ci si doveva dedicare la famiglia intera per riuscire a vivere e crescere i figli. Quando poi gli uomini hanno trovato un lavoro più sicuro nelle fabbriche,  questi impegni sono stati in parte mantenuti, occupando il tempo libero e l’aiuto delle donne e dei ragazzi.

Fermiamoci qui e andiamo a vedere cosa c’era nella casa nei Cech, adattata come abitazione intorno al 1900, ma precedente come utilizzo agricolo, e abitata fino al 1970 circa.

per vedere meglio cliccare sulla foto che si ingrandisce

 

La zona occupata da animali e attrezzi era quella seminterrata a sinistra, nella foto è nascosta dalla vegetazione cresciuta per l’abbandono, ma si vedeva chiaramente il recinto del pollaio e la retrostante porta che permetteva alle galline di rifugiarsi per la notte e per il freddo. Nello stesso ambiente c’era una parte adibita all’allevamento del maiale, recintato e con il grosso trogolo dove si versavano gli alimenti per “ingrassarlo”.

Per visualizzare meglio guardiamo i due portoncini a destra, visibili dopo i primi interventi di ristrutturazione. Questi spazi furono in un primo momento, solo ripuliti e messi in sicurezza. Ora sono stati recuperari completamente per nuovi “servizi”.

La porta di sinistra era quella per far entrare le galline e tenere il maiale.

La porta a destra portava in un ambiente buio e stretto che, ci è stato detto, veniva utilizzato come rifugio per le pecore, ma anche come deposito attrezzi. Questo secondo uso è testimoniato anche dal fatto che noi, ripulendo il fondo del locale, abbiamo trovato sotto la terra molti pezzi di attrezzi da lavoro, solo la parte in ferro, quella in legno era stata consumata; erano attrezzi da lavoro per la campagna e per il taglio del bosco.

Appena ho potuto ho sistemato i pochi e vecchi oggetti di legno perchè i tarli smettessero di mangiarseli. Fra questi ho recuperato il grande contenitore che serviva da trogolo per il maiale.

I ferri ritrovati li ho messi da parte per poterli poi osservare ed eventualmente rivalorizzare.

Ogni tanto prendevo un oggetto che mi incuriosiva, lo ripulivo e lo collocavo qua e là: i campanacci delle mucche ora li uso per chiamare al pranzo, molti chiodi sono stati utilizzati per sostenere fili o appendere oggetti.

Quest’estate finalmente ho avuto un po’ più di tempo e sono riuscita a ripulire diversi attrezzi: zappini, zapponi, vanghe, badili, forche, picconi, accette e altri piccoli oggetti. Non ho ancora terminato, mancano mazze, catenacci, cardini… ma ormai sappiamo che sarà fatto.

Alcuni momenti del recupero:

 

 

Se poi qualche amica o amico ricevesse in dono un “pezzo di questi ferri”, spero lo apprezzi come un oggetto che racconta le fatiche e intelligenze della nostra umile e operosa gente valtellinese.

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Ciao, alla prossima puntata! QUI

La figlia del Capitano

Ho letto questa storia, l’ho letta dopo il mio breve viaggio nelle “due capitali” russe dove, nella storica libreria di San Pietroburgo, ho acquistato questo romanzo di Aleksandr Sergeevič Puškin: La figlia del Capitano, per un regalino. Io, incuriosita, l’ho poi letto in una edizione della De Agostini del 1983 che avevo in casa: La figlia del capitano e altri racconti.

Trovare questo romanzo in italiano in questa bella libreria di San Pietroburgo è stato il “collegamento”, la motivazione che ha stimolato la lettura, oltre a scoprire dalle innumerevoli piazze, vie, statue dedicate a questo poeta, quanto Puškin sia ancora amato e onorato.

cosacco Pugačëv

Aleksandr Puskin

Questo breve romanzo storico pubblicato nel 1836 mi ha mostrato una realtà lontana ma di cui avevo già sentito narrare in canti e fiabe popolari: guerre civili russe condotte da coraggiosi ribelli contro armati eserciti imperiali, rivolte combattute per la libertà, la vita e la terra. Nobiltà e ricchezze calcolate sul numero di uomini posseduti, una terra di servi fedeli a padroni assoluti che avevano in alto onore i valori del  loro rango e la fedeltà verso il loro sovrano. Insomma una gerarchia molto rigida e difficile da modificare.

Ecco nel romanzo citare i tartari, apparire i cosacchi, i baschiri, i kirghisi, popoli nomadi e coraggiosi a cavallo nelle steppe e sotto le loro tende, ecco le guarnigioni imperiali a difesa di fortini sperduti ai confini della grande Russia. Tutto nel romanzo ci viene presentato come un’avventura rocambolesca, dove i sentimenti e le passioni sono forti, ma sono anche veri, sono relamente esistiti i personaggi principali, ci sono le città, i giardini, le bufere, la storia, ambientata alla fine del Settecento al tempo di Caterina II, è storia vera.

Ecco la zarina Caterina II nel Castello di Puskin di cui ho scritto nel precedente articolo, lei ci appare proprio lì, in quel luogo dorato, e proprio lì si conclude il romanzo, dove Mar’ja, la protagonista femminile giunge a cercare la grazia per il suo giovane tenente Pëtr condannato per  alto tradimento, in seguito all’accusa di aver complottato con il capo della rivolta Pugačëv.

Trovate in pdf le ultime 4 pagine del romanzo dove potete leggere la parte ambientata nel Palazzo di Caterina:

ultime 4 pagine La figlia del capitano

Alcune belle immagini dalla miniserie televisiva del 2012 tratta da La figlia del Capitano di Puškin:

Se volete vederlo lo trovate in due episodi su Rai Play

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