Viaggio in Italia con Simone Weil

Un anno fa, in attesa del treno per tornare a casa, entrai alla libreria Feltrinelli -solo a curiosare- perchè di libri ne avevo già acquistati al Convegno per cui ero appunto a Milano. Gironzolando vidi sugli scaffali un libro dal titolo “Viaggio in Italia” di Simone Weil. Non è stato il contenuto ad incuriosirmi particolarmente, ma il fatto che l’avesse scritto la famosa Simone che sapevo essere stata una donna eccezionale. Lo sfogliai, lo fotografai e tornai a casa. Ogni tanto ripensavo al libro per il desiderio di cominciare a conoscere la filosofa Simone, iniziando da un suo viaggio reale e non da quelli del suo pensiero. Per Natale ho deciso di acquistarlo, ma ho preso l’occasione della sfida lanciata dalle sorelle GG sui social¹ per iniziare a leggerlo. Non lo volevo fare perchè ne avevo già parecchi in lettura… ma ora sto leggendo la Weil e gli altri, attendono.

Già alle prime pagine mi accorgo che anche nelle lettere che scrive all’amico Jean Posternak si riconosce una personalità squisita, felice, curiosa, straordinariamente profonda e colta. Le osservazioni e le emozioni che comunica al lettore sono tante e la lettura diventa sempre più lenta perchè dirottata ad approfondire, a capire, a conoscere chi e cosa la interessa, cosa la turba, cosa la fa innamorare o arrabbiare.

Prendo nota di alcune sue frasi che mi colpiscono, per la forma, per la cultura, per la franchezza, la freschezza, l’ironia e l’allegria con cui comunica. Ecco, credo di aver trovato un’altra “maestra”, una maestra difficile, scomoda ma comprensiva, stimolante e originalissima.

Dalle lettere all'amico Jean Posternak e alla sua famiglia. 

Le annotazioni le inserisco insieme per maggior chiarezza, sono indirizzate dai medesimi posti e parlano degli stessi fatti, anche se in modi differenti.

(Le lettere all’amico iniziano a pag. 31; le lettere alla famiglia iniziano a pag. 57)

 Milano, aprile 1937

“Caro amico,

eccomi a Milano, è incredibile, ma non ho ancora del tutto dimenticato quelli che languiscono tra le brume del Nord. … Milano è una città popolosa di quelle che piacciono a me, e sento che tra qualche giorno mi sembrerà di esserci nata. La popolazione di qui è veramente simpatica.”   (pag. 31-32 )

“Cara famiglia,

vi ho già scritto da qui ma, dopo essere rimasta per un po’ in tasca, la lettera è fuggita verso ignoti destini. Che sfortuna, meno male che il contenuto non era compromettente. Mi trovo ancora a Milano perchè in questi giorni sta piovendo, e  ciò rende il soggiorno, in una città grande come Milano, più piacevole delle passeggiate in Toscana e in Umbria. E poi, in fondo, non avevo voglia di lasciare Milano. Mi piace tanto, tanto. Senza contare che, tutto sommato, non trovo un motivo plausibile per non passare tutta la vita a Santa Maria delle Grazie, davanti al Cenacolo… Mi sento a casa mia a Milano, come se ci fossi nata…   Il giorno dopo il mio arrivo sono andata ad ascoltare l’Aida di Verdi alla Scala… sono tornata alla Scala per “L’Elisir d’amore” di Donizetti: assolutamente delizioso! … In fondo, a parte Wagner, in fatto di opera lirica, sopporto soltanto i soggetti umoristico-sentimentali” (Rossini e Mozart) …”(pag. 58 )”

Anch’io ascolto “L’Elisr d’amore” di Gaetano Donizzetti su Youtube, molto piacevole e con sottotitoli, al delizioso non so arrivarci e forse non amo particolarmente le opere buffe!

Firenze, maggio 1937

La similitudine con Elettra, come figura di tristezza, di schiavitù mi ha fatto leggere “Il mito di Elettra“²

Io sono stata a Firenze tre volte, ma mai nella Cappella Medicea, mentre lei scrive:

“Finora ho passato delle ore soprattutto nella Cappella Medicea. Non mi aspettavo l’effetto che ha prodotto in me. … Quando sto là non trovo necessario andare altrove per vedere altre cose.” pag.60

Dunque mi informo sulla Cappella (qui), osservo le quatto Allegorie del Tempo, di Michelangelo, in particolare La Notte (qui) e L’Alba, entrambe citate da Simone Weil. Per cogliere la forza e la tristezza sprigionata dalle mani del suo artista, provo a disegnare La Notte copiandola da internet. L’ho costruita con leggerezza e stupore, scoprendone le forme, le posture, i muscoli e i simboli della notte scolpiti negli spazi del suo sonno. Ora la conosco meglio, ma forse un giorno l’andrò a vedere.

“Firenze è la mia città. … Non ho il cuore libero per amare Venezia perchè Firenze me l’ha catturato. Io non visito le città, lascio che entrino dentro di me, per osmosi. Ho contemplato a lungo la “Lezione di Musica” del Giorgione a Palazzo Pitti (non so chi siano quegli idioti che, da qualche tempo, l’attribuiscono a Tiziano). (pag.37)

Agli Uffizi vi ho trovato il Cavaliere di Malta, L’Annunciazione di Leonardo da Vinci, una quantità di Tiziano. La sala Botticelli è impressionante, soprattutto La Primavera. Ma niente di tutto questo, nemmeno lontanamente, vale Il Concerto.” (pag. 60-61)

Insomma sono dovuta andare a vedere di che quadro si trattasse (qui e qui). Innanzi tutto ha diversi titoli, oltre alla mancaznza di certezza sul suo autore. A me è piaciuto il titolo “Concerto interrotto” e ho voluto copiare uno dei tre personaggi raffigurati, quello in centro, che continua a suonare da solo. Avrei voluto disegnare solo le mani che suonano e quella sulla spalla, ma poi si è formato tutto il suonatore. Il risultato del mio schizzo a penna e pastelli è abbastanza insolito.

Simone Weil continua a raccontarci di Firenze e delle sue predilezioni:

“Ho provato una tenerezza particolare per il Perseo di Benvenuto Cellini, sotto l’incantevole Loggia dei Lanzi, e soprattutto per le figure che si trovano alla base (la vergine nuda, il genio senza ali che spicca il volo, ecc) (pag. 37)

La vergine è Pallade, che dona a Perseo lo scudo con cui riuscirà a vincere la Medusa. Nell’atto di porgerglielo, la dea pronuncia in latino le parole riportate nell’iscrizione: Io, tua casta sorella, ti offro questo scudo perchè tu vinca.

Io scopro Il Perseo come se non lo avessi mai visto, in realtà non sapevo guardarlo. Ricerco immagini che lo ritraggono da varie angolazioni, ma non riesco a vedere tutto quello che lei ha osservato, leggo la storia e le vicissitudini del suo costruttore e della sua lavorazione.³

Roma, maggio 1937 (Pag. 62, 63, 64)

“Eccomi a Roma da tre giorni e mezzo e ho la sensazione di esservi da un lungo periodo. Mi sono sentita a mio agio a Roma, forse perchè ho potuto subito ascoltare della buona musica. … Arrivata a Sant’Anselmo (un puro gioiello di monastero benedettino, proprio a strapiombo sul Tevere) alle sei, giusto all’inizio di una cerimonia liturgica (con canto gregoriano). … L’indomani messa di Pentecoste a San Pietro. … Se il paradiso somiglia a San Pietro, durante i cori della Sistina, vale la pena di andarci.”

Simone non era religiosa, nel senso che non professava nessuna religione, ma a Roma, anche sede del Capo della Cristianità, ha trascorso ore ed ore nelle chiese ad ascoltare musica sacra, Messe e Vespri. Percorre a piedi Roma dove ritrova la storia e l’arte ovunque, visita più volte i musei.

“Oggi ho trascorso tre ore ai Musei Vaticani, nessuno mi aveva informato che nella pinacoteca c’è un San Girolamo di Leonardo da Vinci, dipinto su legno, straordinario, e per il quale darei in cambio venti volte tutto il resto della Pinacoteca.”

Ed eccomi a ricercare questo San Girolamo, un penitente che si flagella nel deserto in compagnia del suo leone… Mah, certo sappiamo quanto Simone cercasse di provare le privazioni, le fatiche, le umiliazioni… per capire i più poveri e diseredati, leggiamo con quanta sofferenza nella malattia abbia dovuto convivere e combattere fin dall’infanzia, e conosciamo la verità di quanto il dolore si possa avvicinare alla beatitudine e la grande felicità possa ferire come il dolore… ma per trovare sublime questa immagine bisogna essere molto profondi e mistici.

Certamente colpisce la forza fisica nella sofferenza spirituale dell’eremita e santo, in contrasto con la forza fisica nella tranquilla e naturale presenza del leone nel deserto.

Sempre nella lettera ai suoi famigliari Simone Weil scrive:
“Quel San Girolamo, Il Concerto di Giorgione di Palazzo Pitti e il Cristo in scorcio di Brera (Il Cristo Morto di Andrea Mantegna nella Galleria di Brera a Milano), saranno i tre ricordi veramente intensi che conserverò delle collezioni italiane di pittura.

Firenze, 3 giugno 1937

“Tornata a Firenze, mi è parso di trovare la mia città natale, dopo un breve viaggio: in nessun altro posto mi sento a casa mia come quì. Ho di nuovo contemplato Il Concerto di Giorgione, la Cappella Medicea, il David, San Miniato. Domani “L’incoronazione di Poppea”, all’anfiteatro di Boboli, con Palazzo Pitti come fondale, sotto un cielo stellato, è una di quelle meraviglie di cui ci si ricorda per tutta la vita. Penso che tornerò a vederla.” (pag. 66)

Parigi, estate 1937

Caro amico, … Il sentimento con il quale penso all’Italia può essere espresso solo con la parola “heimwed” (nostalgia). … Da quando sono tornata dall’Italia – tra parentesi, essa ha risvegliato in me la vocazione per la poesia, rimossa durante l’adolescenza per svariati motivi – ho contratto due amori. Uno è Lawrence d’Arabia, l’altro è Goya. …   Devo parlarle della Francia?

Nel 1938, Simone Weil tornerà in Italia. In questo secondo viaggio sarà anche a Venezia, da qui non lascierà nessuna corrispondenza o appunto, i genitori sono spesso con lei, ma non ci sarà nessuna lettera nemmeno per l’amico Jean. Scriverà invece un poema: “Venezia salva. Simone teneva molto a questo dramma, dove avrebbe voluto dare il meglio di sè, attraverso la riscoperta poesia. sulla forza e la grazia. Leggo a pag. 79, 80, che se amò Firenze di una passione solare, Venezia fu la città italiana la cui memoria segreta, intima e indicibile, portò sempre con sè.

Oggi ho ricevuto il libro Venezia Salva tradotto da Cristina Campo. Un regalo perfetto per continuare “il viaggio in Italia” con la straordinaria guida di Simone Weil.

Trovo su youtube il film di Luca Ronconi che mette in scena il dramma di Simone Weil in modo fedelissimo, leggendo e interpretando le parole della Weil tradotte da Cristina Campo. Perfetto! Lo seguo, leggo e ascolto, ascolto e guardo… sono fortunata. (sotto il link al film completo)

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Note:

¹ La mia breve registrazione per la sfida che ha fatto iniziare la lettura del libro dellaWeil, utilizzata per documentarla su Instagram e Facebook (#14momentixme). La lettura che sentite nel video è stentata perchè ero disagiata nel voler riprendere il libro e leggerlo, non vedevo bene insomma, ma lo scritto lo trovate quasi tutto sopra.

² Il mito di Elettra (Eschilo – Sofocle – Euripide) qui

³ Il Perseo qui  e qui Benvenuto Cellini qui

Libri letti o visionati intorno a Simone Weil

– Viaggio in Italia; Simone Weil; a cura di Domenico Canciani e Maria Antonietta Vito; ed. Castelvecchi

– L’ombra e la grazia; Simone Weil; a cura di Georges Hourdin e Franco Fortini; testo francese a fronte curato da Gustave Thibon; ed. Bompiani

– A un giorno; Simone Weil; ed. Acquamarina (poesie)

– Il mito di Elettra; Eschilo – Sofocle – Euripide

– Venezia salva, tragedia in tre atti; Simone Weil; traduzione e introduzione di Cristina Campo

Opere, film e documentari (su Youtube)

–  Opera comica “L’elisir d’amore” (sottotitoli italiano) di Gaetano Donizetti -i una bella esecuzione
interpreti: Nemorino: Rolando Villazon, Adina: Anna Netrebko, Belcore: Leo Nucci, Dulcamara: Ildebrando d’Arcangelo. Coro e orchestra :Wiener Staatsoper diretto da Alfred Eschwè

– “L’incoronazione di Poppea” di Claudio Monteverdi (1567-1643)

Le stelle inquiete. Film biografico su Simone Weil. Gustave Thibon, il proprietario della tenuta dove Simone va a provare a fare la contadina, riceverà da lei dei manoscritti con i quali poi lui pubblicherà il libro “L’ombra e la grazia”

Olocausto privato. Ipotesi su Simone Weil.  Un documetario con spezzoni di film, testimonianze di persone che l’hanno conosciuta o studiata. Molto interessante.

Profili di protagonisti: Simone Weil. Il programma “profili di protagonisti” (Rai, 1969) ripercorre vita e opere della filosofa francese.

film VENEZIA SALVA dal testo di Simone Weil, regia di Luca Ronconi

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Oh Ermione!

Ecco fatto, ho raccolto in questo articolo del mio blog i versi divertiti che ho scritto per gioco nella mia pagina facebook.

Sono ispirati da Ermione? Sì è questo il nome che ripeto ad ogni pioggia, è lei la protagonista della poesia del famoso scrittore D’Annunzio “La pioggia nel pineto”, ma la mia vera ispiratrice è LA PIOGGIA.

Amo la pioggia, amo bagnarmi sotto la pioggia estiva e passeggiare sotto la pioggia autunnale, e ammirare la fredda pioggia di ogni stagione.

Le date che trovate sono quelle reali delle fotografie scattate e delle parole uscite da sguardi, suoni, profumi, pensieri… e sono anche i link attivi ai post della mia pagina.

Se volete leggere meglio cliccate sulle immagini e ingranditele

19 giugno

Gràndina o Ermione

Vedi.
Grandina sulle piantine di pomodoro che ancora non avevo legato
Grandina sulle foglie di zucchine
Grandina sul fragile
Basilico
Grandina o Ermione
Che non preghi abbastanza
In nessuna stagione!

 

14 luglio

Oh Ermione

21 luglio 

Mia cara Ermione

Odi?
La pioggia cade
Sulla pergola spessa
Con un crepitio
Che non dura
Par smetta
E riprende
E poi smette.
Che dispetti di secco e bagnato
Che asciuga
E si oscura e rischiara.
Oggi che fai?
Nè prodiga nè avara
O Ermione mia cara.

 

28 agosto

Ermione Incauta

29 agosto

Ermione Curiosa

 

30 agosto  

Ermione Silvana

24 settembre

Ermione Illusa

2 ottobre 

Ermione Disorientata

23 ottobre 

 Ermione e il secchiello

Ma perchè tutto questo ricorrere a Ermione nei giorni di pioggia? Mi piace così tanto la famosa poesia “La pioggia nel pineto di Gabriele D’Annunzio”? No, diciamo che il mio interesse è nato dall’ascolto di una sua parodia “La pioggia sul cappello” di Luciano Folgore, recitata da Carmelo Bene, diventato un mio idolo dopo averlo letto e ascoltato per un anno intero.
Ecco un video (si vede male ma si sente bene) dove Carmelo recita la parodia (o critica) della famosa poesia a “Domenica in”, una vecchia trasmissione televisiva del 1978 .

 

Al link sotto potrete leggere i testi a confronto La pioggia sul cappello di Luciano Folgore e La pioggia nel pineto di Gabriele D’Annunzio.

La piogga nel pineto -parodia e testo-

Comunque mi piace anche il testo di D’Annunzio, certo mi piace la pioggia, specie in estate, lasciarsi bagnare e amare in un caldo pomeriggio. Questa recitazione mi pare bella!

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Al lago, da San Fedelino!

Facciamo una passeggiata al lago? Anche se ci troveremo ancora nei boschi e sui sentieri, a scrutare lo spuntare dei funghi. Non si tratta dunque della passeggiata sul lungolago, ma in luoghi isolati, raggiunti, al tempo degli imperatori romani, da un soldato perseguitato. Anzi il lago lo vedremo solo dall’alto di un belvedere, chiamato “Il salto delle capre” perchè al tempietto di San Fedelino, dove un tempo arrivava il lago, ora scorre il fiume Mera che alimenta il lago di Novate Mezzola.

Quindi attivo l’App di Relive per giocare un po’ con le mappe, i tempi, le altitudini, e i nostri scatti. Alla fine ecco il nostro giro, tempi rilassati e le foto più significative nel breve video:

 

La mappa completata:

La mappa costruita da Relive sul nostro cammino.

Alcune informazioni prese da qui su  SAN FEDELE, FRA STORIA E LEGGENDA

Ecco quel che scrive, in proposito, Giovanni Guler von Weineck, che fu governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie nel 1587-88, nella sua opera “Rhaetia”, pubblicata a Zurigo nel 1616: “Restano… sul posto dell’antica Samolaco, i ruderi di alcune torri ed una parte della chiesa che era stata eretta in onore di S. Giovanni. In quel luogo fu martirizzato S. Fedele dai sicari di Massimiano, che allora insieme con Diocleziano governava l’Impero Romano, perseguitando il Cristianesimo. Il corpo del Santo fu in seguito, nell’anno 1437, trasferito di lì con solenni cerimonie a Como.

Fedele venne proclamato santo e, per celebrare la sua memoria, nel luogo del suo martirio fu eretto un primo tempietto che custodiva la sua tomba, ricordato già fra la fine del V secolo e gli inizi del VI dal vescovo di Pavia e scrittore Ennodio. Il tempietto andò in rovina, e, fu sostituito, qualche secolo dopo, nel 964, dall’attuale tempietto in stile romanico, mentre le sue spoglie vennero trasportate a Como.
Il nuovo tempietto, per le sue dimensioni ridotte, venne ben presto chiamato San Fedelino.

L’edificio, proprietà della parrocchia di Novate Mezzola, ha dimensioni ridotte (m. 6,2 x m. 4,5) ed ha una pianta quadrata, con l’abside rivolta ad est, il punto cardinale che simboleggia la luce nascente. Sul lato opposto, ad ovest, dovrebbe trovarsi la facciata, che però è addossata alla roccia del monte Berlinghera, in quanto il tempietto venne costruito sullo stretto lembo di terra compreso fra il monte ed il lago, che ora si è ritirato, lasciando il posto al fiume Mera, che scende dalla piana di Chiavenna.
Il tempietto, restaurato una prima volta nel 1905 ed una seconda fra il 1993 ed il 1994, può essere raggiunto, in traghetto, partendo dalla sponda nord-orientale del lago, in territorio di Novate Mezzola, oppure, con una suggestiva e facile camminata, per via di terra, partendo da Casenda, frazione di Samolaco.
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Ulisse di Joyce e “collegamenti”

PRIMO COLLEGAMENTO – Ulisse di Joyce e Carmelo Bene –

Leggendo “Vita di Carmelo Bene” (di C. Bene e G. Dotto) scopro che l’Ulisse di James Joyce è stato, per l’artista/attore Carmelo, l’incontro letterario e forse anche non letterario decisamente più importante della sua vita.

Era il 1960, anno in cui viene pubblicato per la prima volta l’Ulisse di Joyce in Italia, tradotto da Giulio De Angelis. Questo traduttore aveva allora poco più di trent’anni e, in un loro incontro parla a Carmelo del suo lavoro: di giorno insegnava inglese a Fiesole e di notte, tutte le notti per undici anni, aveva lavorato alla traduzione dell’Ulysses.

Scrive Carmelo a pag. 113-114 “La lettura dell’Ulysses mi aveva depennato tutto il resto. Spazzato via Camus, ogni forma di esistenzialismo, ogni ismo. L’Ulysses è un fantastico gioco di significanti. Il pensiero non è mai descritto, ma immediato. Dai lacerti più dotti ai luoghi melodrammatici più comuni. Nessun’altra opera gli è pari. […]  Avrei dovuto incidere un ellepì dall’Ulysses di Joyce. La spiaggia era il brano che avevo scelto. Non uscì mai. Non lo ritenevo all’altezza, quel mio Joyce. Lo feci a pezzi. Pur essendo alla fame, mi permisi questo lusso. […] La lettura di Joyce mi aveva scombussolato. Non si poteva più scrivere niente. Niente. […]  A pag 120 Il bambino (suo figlio e di Giuliana) io l’avevo chiamato Stefano, in omaggio a Dedalus naturalmente (Stephen Dedalus è coprotagonista con Leopold Bloom nell’Ulysses), ma la madre e la nonna gli appiopparono anche il nome di Alessandro.  […] A pag 309 a proposito di cinema: E l’Ulysses Joyciano non è forse, nella pagina, la più immediata “pellicola” mai realizzata, via via “filmantesi” in perpetuo travaso filosofico-grottesco-sentimentale-patetico-psicologico e melodrammatico a un tempo? È pensiero immediato. Ebbene questo sì che è cinema.”

Interessante intervista a Carmelo Bene:

Brano del terzo episodio dell’Ulisse di Joyce letto da Carmelo Bene a inizio intervista:

“Sacco di gas cadaverici mézzo di marcia salmastra. Un brulichio di pesciolini, grassi del bocconcino spugnoso, sprizza fuori dalle fessure della patta abbottonata. Dio diventa uomo diventa pesce diventa oca bernacla diventa montagna del letto di piuma. Aliti morti io vivente respiro, calco morta polvere, divoro i rifiuti urinosi di tutti i morti. Issato rigido sopra lo scalmiere rifiata all’insù il tanfo della sua tomba verde, con le nari lebbrose che russano al sole. Trasformazione marina, questa, occhi castani azzurrosalino. Morte marina, la più mite di tutte le morti note all’uomo. Il vecchio Padre Oceano. Prix de Paris: guardarsi dalle imitazioni. Provare per credere. Ci siamo divertiti immensamente.”

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SECONDO COLLEGAMENTO – “Ulisse” di Joyce ne “L’amica geniale” di Elena Ferrante –

Nell’ultima puntata della seconda serie di “L’amica geniale”, trasmessa lunedì 3 marzo, una scena mi ha stupito:

Lila viene riconosciuta dalla sua maestra Oliviero mentre, seduta su una panchina con il suo piccolo Rinuccio nella carrozzina, legge un grosso libro… La maestra interessata al libro più che al bambino, le chiede:
– E quello cos’è?
– S’intitola Ulisse
– Parla dell’Odissea?
– No, parla di quanto è terra terra la vita di oggi
– Ti piace?
– È difficile, non capisco tutto

La vecchia maestra non è d’accordo che Lila legga questo libro difficile perchè può farle male.
Si tratta dell’Ulisse, ma quale? Proprio l’Ulisse di Joyce!
Grande Lila e grande Ferrante!

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Dalla pagina del libro di Elena Ferrante: Storia del nuovo cognome, da cui è tratta la serie televisiva ecco la presenza del libro Ulisse di Joyce.

Pag 380 Storia del nuovo cognome (E. Ferrante)

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Descrizione del libro nell’edizione di cui parla Carmelo e che legge LIla: Edizioni Mondadori, Milano, 1960, pp. Ulisse. Romanzo. Unica traduzione integrale autorizzata di Giulio de Angelis. Consulenti: Glauco ...1025, legatura editoriale t. tela e sovraccoperta verde con il logo della Medusa mondadoriana. Prima edizione in lingua italiana del capolavoro di Joyce, nonché una delle pietre miliari della letteratura novecentesca. Traduzione di Giulio de Angelis, con la consulenza di Glauco Cambon, Carlo Izzo, Giorgio Melchiori. Medusa, vol. 441. L’opera fu compiuta tra il 1919 e il 1920 e comparve in volume nel 1922, in inglese, a Parigi. Ulisse rappresenta uno dei più smisurati assunti che si conoscano di letterato moderno: seguendo fedelmente la traccia dell’omerica Odissea, considerata un grande viaggio sperimentale nel mondo antico, l’autore fa percorrere in lungo e in largo ai suoi due personaggi una grande città moderna, Dublino, che può dare una sintesi materiale e spirituale del mondo di oggi. Dei due personaggi, uno, il maturo Bloom, trafficante semita vagabondo, sarebbe l’Ulisse del poema, e l’altro, il giovane intellettuale Stefano Dedalus, in cui si può ravvisare lo stesso Joyce, sarebbe il Telemaco. Le avventure che conducono alla fusione di codesti due uomini si svolgono nel giro di una giornata, dall’alba alla notte: ogni ora ha il suo episodio, e corrisponde a un canto dell’Odissea: ogni episodio ha il suo centro di sensazioni in una parte del corpo umano, cervello, orecchi, naso, stomaco, intestino e via via più in basso; ogni episodio è anche contraddistinto da un simbolo (erede, cavallo, affossatore, editore, vergine, madre, prostituta, terra), in ciascuno di tali momenti è considerata una singola atttività dello spirito o dei sensi, con mutamenti di linguaggio e di stile conforme all’argomento, ai personaggi introdotti e alla situazione. Con la psicologia freudiana armonizza l’uso sistematico del monologo interiore che tanto colpì i critici del romanzo-poema di Joyce e tanto fu imitato in tutte le letterature. L’idea prima di questo monologo era venuta a Joyce da un romanzo del francese Dujardin, pubblicato nel 1887, quando di Freud ancora non si parlava (Silvio Benco in Diz. Bompiani d. Opere, 1959, VII, pp. 576-577).

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Febbraio -Viva il Carnevale-

Il racconto Viva il Carnevale di Attilio Cassinelli, pubblicato da Giunti Editore, nella collana dodici mesi.

L’ho trovato in biblioteca in una edizione del 1993. L’ho cercato nelle varie librerie ma risulta anche questo esaurito.

La storia racconta come organizzare uno spettacolo per Carnevale, quindi ecco i personaggi di Attilio alla ricerca di materiali per mascherarsi. Chi saprà travestirsi al meglio avrà il premio!

Adatto ai bambini, che possono facilmente prendere spunto per uno spettacolo carnevalesco con i loro amici.

Per chi vuole leggerlo o farlo leggere ai suoi bambini (adatto indicativamente dai 4 ai 6 anni) metto il pdf che ho costruito, perchè questo libro per ora è introvabile.

Febbraio Viva il carnevale

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Lavoro dedicato alle mie nipotine.

Crostata innovata per Eleonora

Benvenuta  Eleonora!

Lunedì 25 novembre, con qualche giorno di anticipo, è nata Eleonora!

Oggi ho preparato una crostata pensando a lei!

Negli ultimi tempi, tempi in cui ci siamo ormai tutti dimenticati della sobrietà, dimenticati di quando le torte si vedevano solo nelle grandi occasioni, o spiate nelle vetrine dei pasticceri se si avevano desideri e non grandi occasioni… negli ultimi tempi dicevo, tempi in cui la torta è meno costosa del pane fresco e la mangiamo spesso anche a merenda o a colazione… in questi ultimi tempi, certi ingredienti prima eccellenti, sono diventati dannosi per gli Umani rallentati e il Pianeta affaticato.

Quindi “innovare” le ricette pare giusto e doveroso, e forse anche di moda!

Vado a rivedere la mia ricetta, quella che avevo sperimentato come la migliore e pubblicata sul blog di Alicemate, cerco poi una crostata di Benedetta pubblicata di recente su internet; scrivo gli ingredienti di entrambe e li metto a confronto: trovo nell’ultima meno grassi, specialmente quelli più nocivi (amato burro), meno zucchero, meno uova, meno richiesta di tempo, solo più lievito per sveltire la preparazione.

(A fondo pagina i link alle due ricette)

In onore ad Eleonora e per rispetto del suo futuro mondo e dei suoi abitanti, che ora richiedono altre attenzioni, devo optare per la nuova ricetta, quella di Benedetta in internet.

Al lavoro allora per fare la torta alle nipotine che ieri sono raddoppiate!

 Alcuni passaggi:

 

La torta è cotta e pronta per fare il viaggio dalle nipotine!

Chissà se otterrà l’approvazione, o richiederà qualche modifica?

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link utili:

– Una crostata?  06 Dic 2011 dal mio blog Alicemate

CROSTATA DI MARMELLATA SEMPLICE FATTA IN CASA DA BENEDETTA    con il video su internet

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Un Palazzo dorato

Dopo la prima conoscenza con San Pietroburgo (qui), la mattina successiva (29 maggio 2019) si va in pullman a visitare il famoso Palazzo di Caterina, dove si trova la preziosa Camera d’Ambra. Questo palazzo è a Puškin, a 25 km a sud est di San Pietroburgo, (l’antica Carskoe Selo, dedicato poi al grande scrittore Puškin, che qui fece i suoi studi).

Premetto che non ero entusiasta di questa visita, anche se mi incuriosiva la Camera d’Ambra. Per poter apprezzare le ricchezze e le sfarzosità eccessive di queste residenze, volute da reali di ogni tempo e luogo, mi sono data una motivazione/catalogazione precisa di questi luoghi: sono fabbriche/aziende in cui possono lavorare tantissime persone, fra cui molti artisti e artigiani, che diversamente farebbero fatica a esprimere il loro valore, o meglio a vivere decorosamente mettendo a frutto le loro arti… diversamente ti prende la nausea per eccessi non adeguati alla tolleranza umana.

Questo Palazzo di Caterina con l’immenso parco è Patrimonio dell’Umanità, dunque ora è di tutti noi!

Alcuni miei scatti alle foto dei restauratori all’opera, esposte come documento del grande lavoro che richiede questo “Patrimonio”:

Ci siamo, dopo i controlli all’entrata e calzate le soprascarpe da “sala operatoria”, accediamo ai tesori di marmi, cornici dorate, stucchi dorati, sedie dorate, candelabri dorati, cristalleria, specchi, vetrate, tappezzerie, affreschi, stufe di maioliche dipinte a mano, tessuti e vasellame e argenterie raffinati su tavole imbandite da “Mille e una notte”, drappeggi, tappezzerie disegnate con precise tonalità ed “abbracci campestri”, e legni pregiati sotto ai piedi… delle infinite stanze che creano giochi di prospettive spettacolari.

Entrate nel sogno!

(toccate una foto e scorrete la galleria)

La Camera d’Ambra… non si può fotografare!

Ci resta quindi il desiderio di fare un piccolo acquisto in ambra da portare con noi.

Il quartetto vi saluta, chiaramente in uno specchio “di servizio”, e va a prendere una “boccata d’aria”nel parco:

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Al prossimo!

Dostoevskij?

 

Gennaio -L’omino di paglia-

Il racconto L’omino di paglia di Attilio Cassinelli, pubblicato da Giunti Editore, nella collana dodici mesi, l’ho trovato in biblioteca in una edizione del 1993. L’ho cercato nelle varie librerie ma risulta anche questo esaurito.

Anche in questo tenero racconto ci sono molteplici spunti da cogliere e approfondire, secondo l’età e l’attività che ci siamo prefissi di sviluppare, o seguendo le curiosità che possono nascere spontaneamente dai bambini stessi.

Si parte citando la migrazione degli uccelli in AFRICA, quindi avendo un mappamondo si potrebbe toccare la Terra che ha questo nome, facendo magari osservare che il sole in inverno le sta più vicino rispetto alla nostra Italia/Europa… per questo gli uccelli ci lasciano, alla ricerca del cibo che da noi non troverebbero più, ecc…

Si parla delle stagioni, e sempre girando il mappamondo attorno ad una lampadina, si potrebbe far intuire il succedersi delle quattro stagioni a causa dell’ inclinazione del nostro globo terrestre (vedi fig.1)

Si parla di alberi, del gelso spoglio… se vogliamo fare un po’ di scienze, potremmo utilizzare del materiale per giochi “scientifici”: foglie reali da toccare, annusare; la foglia montessoriana con le sua parti da comporre e denominare… (vedi fig. 2) ecc

Per italiano certo c’è l’ascolto, la lettura personale, quella espressiva a voce alta… e i valori comunicati sono “poetici”!

I disegni sono molto belli e chiari, possono stimolare la copiatura e la lettura per immagini, per i bambini che non hanno ancora appreso la tecnica della lettura.

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Per chi volesse leggerlo o farlo leggere ai suoi bambini (adatto indicativamente dai 3 ai 7 anni) metto il pdf che ho costruito, perchè questo libro non è più in commercio.

l’omino di paglia

Scritto, fotografato e pubblicato da

Maria Valenti/Alicemate

Lavoro dedicato in particolare alla mia piccola Viola che ama ascoltare e guardare le storie.

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il prossimo racconto pubblicato: Febbraio -Viva il Carnevale-

 

Come togliere “la Pietra dalla strada” (Dostoevskij)

LA PIETRA IN MEZZO ALLA STRADA

Arkadij e Versilov ascoltano

«Ah, eccoti», disse Versilov, tendendomi amichevolmente la mano senza alzarsi. «Siediti qui con noi; Pëtr Ippolìtoviè mi sta raccontanto una storia interessantissima a proposito di quella pietra, vicino alle caserme Pàvlovskie… o da quelle parti…»

«Senz’altro conoscevate quella pietra, uno stupido macigno in mezzo alla strada. Perché stava lì? A cosa serviva? Era soltanto d’intralcio, non è vero? Il sovrano passava di lì di frequente e si imbatteva sempre in quella pietra. Finalmente al sovrano la cosa venne a noia, e, effettivamente, era una vera e propria montagna, una montagna in mezzo alla strada, la rovinava: “Fate in modo che la pietra sparisca!” Che fare con quella pietra?

Tutti persero la testa; si convocò persino la Duma e, soprattutto, uno dei primi dignitari di quel tempo, al quale era stato affidato questo incarico. Questo dignitario interpellò varie persone: la cosa sarebbe costata non meno di quindicimila rubli, gli dicevano, e d’argento. “Come, quindicimila, che assurdità sono mai queste!”. Gli inglesi volevano posare delle rotaie e trasportar via il masso col vapore, ma quanto sarebbe venuto a costare? Allora non c’erano ancora le ferrovie, era in funzione soltanto quella di Càrskoe Selò…».

«Be’, ecco, si sarebbe potuto farlo a pezzi», feci io «Proprio così, farlo a pezzi, e proprio a quello approdarono, e precisamente Montferrand, che allora stava costruendo la cattedrale di Sant’Isacco. “Fatelo a pezzi” dice, “e portatelo via”. Certo, ma quanto costa una cosa simile?». «Bisogna installare una macchina a vapore e poi portar via dove? Una montagna di quella fatta? Ci vogliono diecimila rubli, dicevano, di meno non può costare; dieci o dodicimila rubli»

«Per l’appunto si fece avanti un borghese, e giovane, ancora, un russo, con una barbetta a punta, con un caffetano lungo fino ai piedi. Si limitava a starsene lì, questo borghese, mentre loro discutevano, gli inglesi e Montferrand, e questo personaggio incaricato della cosa, che era arrivato in calesse, li stava ad ascoltare e si stizziva che quelli discutessero tanto senza riuscire ad arrivare a una conclusione; e, a un tratto, nota che questo borghese se ne sta lì in disparte con un sorriso ironico, ironico, sissignore, cioè un po’ ironico, quel bonario sorriso russo, sapete… Be’, al personaggio, naturalmente, la cosa fece saltare la mosca al naso: “Ehi, tu, che aspetti lì? Chi sei?” – “Guardo, dice, il sassolino, vostra serenità”. “Allora, la porterai forse via tu la pietra? Perché ridacchi?” – “Ce l’ho soprattutto con gli inglesi, vostra serenità: chiedono un prezzo davvero esagerato, perché la borsa russa è grossa e loro non hanno nulla da mangiare a casa loro. Stabilite una ricompensa di cento rubli, vostra serenità, e per domani sera faremo sparire la pietra”. Be’, potete immaginarvi l’effetto che fece una proposta simile: gli inglesi, si capisce, avrebbero voluto mangiarselo, Montferrand rideva. Soltanto questo luminosissimo cuore russo fa: “Che gli siano dati cento rubli! Davvero, dice, ci riuscirai?”. “Per domani sera ce la faremo, vostra serenità”. “E come farai?”. “Questo, se vostra serenità non si offende, è un nostro segreto. La cosa piacque al personaggio: “Dategli tutto quel che chiederà!”.

E se ne andarono; «E voi, cosa pensate che facesse?» «Ecco come fece: ingaggiò dei contadini con dei picconi, di questi semplici contadini russi, e si misero a scavare proprio accanto al masso, a filo di esso, una fossa; scavarono tutta la notte e ne fecero una enorme, grande quanto la pietra, soltanto un palmo più profonda, e, quando l’ebbero scavata, ordinò di scavare a poco a poco e con cautela la terra di sotto alla pietra stessa. Be’, naturalmente, quando ebbero scavato abbastanza, alla pietra mancò il sostegno e cominciò a oscillare; allora loro si misero a spingerla dall’altra parte con le mani, così, gridando urrah, alla russa: e la pietra, patapum, giù nella fossa! Allora subito la ricoprirono di terra con i badili, pressarono la terra col mazzapicchio, la lastricarono di ciottoli, tutto liscio e il sassolino era sparito!».

«Pensate un po’! La gente, la gente che accorse, un’infinità! C’erano anche gli inglesi: da un pezzo avevano indovinato e si rodevano. Giunse Montferrand: questo, dice, è un lavoro da contadini, è troppo semplice. Ma proprio qui sta il punto, che è semplice, voi però non ci siete arrivati, stupidi che siete! Allora, vi dico, questo personaggio, un’alta carica dello stato, fece solo un “ah” d’ammirazione, lo abbracciò, lo baciò e gli chiese: “Di dove sei tu?”. “Vengo dal governatorato di Jaroslàvl’, vostra serenità, di mestiere noi, propriamente, facciamo i sarti, ma per l’estate siamo venuti nella capitale a commerciare con la frutta”. Ne giunse voce alle autorità; queste ordinarono che gli fosse data una medaglia e così se ne andava in giro con la medaglia al collo…

Questo aneddoto, letto nel romanzo “L’adolescente” di Fëdor Dostoevskij, mi fa pensare a come le persone semplici e concrete sappiano spesso superare quelle erudite, che si sono allontanate dalla quotidianità e le cui soluzioni sono diventate troppo complesse e costose, quindi spesso non più adeguate e attuabili.

Link al pdf del romanzo (a pag 198 l’aneddoto della pietra in mezzo alla strada):
http://www.writingshome.com/ebook_files/222.pdf

L’immagine dei coniglietti è del bloc-notes della Erickson per il Metodo Analogico su cui ho fatto gli schizzi del sasso.

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Letto, sintetizzato, illustrato e pubblicato da

Maria Valenti/Alicemate  ^_^

 

La Mole Antonelliana

Un piccolo omaggio alla Mole Antonelliana, utilizzando una nuova applicazione:

Ho creato questa velocissima presentazione utilizzando le foto scattate a Torino una decina di giorni fa, e chiudendo con la foto del modellino, che avevo già a casa. Il povero modellino è un po’ bruttino, non so chi lo abbia portato in casa, non io perchè la Mole ancora non l’avevo vista, e non è nemmeno stato lui, il modellino, a invogliarmi ad andarla a vedere a Torino. Infatti, come vedete, il modellino è senza punta, quindi gli manca quello slancio verso il cielo che il progettista Antonelli aveva tanto cercato, e che incanta molti visitatori.

Che dire? Sarà opportuno procurarsi un nuovo modellino, che sappia meglio rappresentare questo “puntale” che era tanto piaciuto anche a Nietzsche da paragonarlo al suo Zaratustra, ma leggiamo direttamente dalle sue parole, nella lettera all’amico Heinrich Koselitz del 30 dicembre 1888.
[…]
“Prima sono passato davanti alla Mole Antonelliana, l’edificio più geniale che forse sia mai stato costruito – stranamente, non ha ancora un nome – in virtù di una spinta assoluta verso l’alto – non rammenta niente di simile eccettuato il mio Zarathustra. L’ho battezzata Ecce homo, e mentalmente l’ho circondata di un enorme spazio libero.”

Un’altra curiosità sul grande filosofo tedesco e la Mole Antonelliana ce la scrive il suo biografo Anacleto Verrecchia, secondo cui Nietzsche  amava pranzare nei dintorni dell’alta costruzione torinese per poter godere dei suoi influssi benefici.

(Anch’io ho mangiato il mio “vitello tonnato con effetti benefici”)

Un po’ di storia, di numeri, di cronaca e mistero intorno alla Mole? La mia specialissima guida Marti, durante la visita della città che la ospita ci ha spesso parlato di magia bianca e magia nera, che coinvolge e interessa diverse città, e anche Torino.

1863-1869: da 47 a 70 metri

La Mole era stata inizialmente concepita come nuovo tempio israelitico di 47 metri di altezza. A 70 metri si decide di fare un tetto perchè già troppo alta per la richiesta della comunità ebraica, che poi lascerà al Comune la costruzione e ne farà progettare un’altra più adeguata:

1873-1889: dal Tempietto al completamento della guglia e Genio Alato (Angelo): 167,35 metri

Antonelli riprese quindi in mano il progetto nel 1873, sempre con una serie di modifiche in corso d’opera, aggiungendo il “Tempietto”, ovvero un colonnato a due piani, a base quadrata e che riprende lo stile del pronao della base. Dai 90 metri in su ruppe quindi il tema architettonico a base quadrata, progettando un colonnato in granito a base circolare, chiamato la “Lanterna“. L’architetto ideò anche il disegno di una guglia di circa 50 metri sovrastante la Lanterna, di sezione ottagonale e intervallata da dieci terrazzini circolari, via via sempre più piccoli. L’architetto ipotizzò di terminare la guglia con una stella a 5 punte, uno dei simboli d’Italia, ma poi optò per una statua raffigurante un “Genio Alato“, uno dei simboli di Casa Savoia. Il Genio, fatto di rame sbalzato e dorato, pesava circa 300 kg, e aveva in una mano una lancia e nell’altra un ramo di palma. Sulla sua testa fu deciso di mettere una piccola stella a cinque punte sorretta da un’asta. In tal modo, la statua raggiungeva un’altezza totale di 5,46 metri. Con la posa finale del “Genio Alato”, l’edificio raggiunse un’altezza complessiva di 167,35 metri, quota, all’epoca, mai raggiunta da qualsiasi costruzione in muratura d’Europa e del mondo e, per tal motivo, fu soprannominata Mole.

Cronache degli “incidenti” e successivi interventi alla Mole

11 agosto 1904 Cade “Il genio alato”

L’11 agosto 1904. Torino è avvolta da un violentissimo nubifragio. Tra lampi e tuoni, improvvisamente un boato più forte: un fulmine ha colpito la Mole Antonelliana, provocando il crollo della statua posta sopra la guglia. Da quel violento temporale, la fisionomia dell’edificio non fu più la stessa: il genio alato, dopo esser crollato a causa del fulmine, fu sostituito da quella che oggi è la stella a cinque punte che tutti conosciamo. Oggi il genio è custodito all’interno della Mole.

23 maggio 1953 Il crollo della guglia

Il 23 maggio 1953, su Torino si abbatte un terribile temporale. Poi, proprio come nel 1904, un boato devastante fa tremare le pareti delle abitazioni di mezza città: la Mole si è spezzata, ancora una volta. A cadere a terra, incredibilmente senza provocare nessun morto, non è la stella ma una parte della guglia. 400 tonnellate di mattoni si abbattono sul giardino della Rai, in quel momento vuoto. Da quel giorno la Mole Antonelliana venne rinforzata e costruita senza l’utilizzo dei mattoni, perdendo così il primato d’edificio in muratura più alto d’Europa. Un record che ai torinesi interessa ben poco: l’importante è non vedere mai più la Mole «decapitata»

(testi tratti dal Diario di Torino del 2016)

Storia, mito e mistero

TAURIEL: L’ANGELO PROTETTORE DI TORINO

 

 

Ancora prima del sorgere di una capanna, Tauriel proteggeva Torino e custodiva il nodo di energia che sorgeva dalla terra nel punto dove i due grandi fiumi, Po e Dora, si incrociavano. Ci fu un periodo in cui Tauriel prese corpo grazie a Costanzo Antonelli svettando nel punto più alto di Torino sulla Mole Antonelliana. L’angelo, che Antonelli chiamò il “genio alato”, di rame dorato era alto quattro metri e pesava sei tonnellate; nella mani portava il giavellotto, l’arma che permette al messaggio divino di penetrare il cuore e la mente dell’uomo e la palma simbolo di vittoria.
I piedi posavano su un piedistallo ornato con lo stemma torinese con il toro rampante, ed era ornato da cornucopie straboccanti di fiori e frutti, simbolo di abbondanza e prosperità.
Nell’agosto del 1904, durante un terribile uragano, l’angelo probabilmente colpito da un fulmine, cadde a testa in giù rimanendo miracolosamente sospeso per un piede e i danni fortunatamente furono circoscritti.
La guglia della Mole Antonelliana venne rifatta, si decise di eliminare l’angelo e al suo posto fu issata una stella a cinque punte di quattro metri di diametro creata da Ernesto Ghiotti.
La Mole per i cultori di esoterismo ha i suoi lati oscuri come la base piramidale e una guglia altissima che come una sorta di antenna catalizza l’energia che capta dal Cielo e aspira dalla Terra.
Ed anche intorno all’angelo si snodano credenze di prodigi, come la sua caduta, dato che dopo la folgorazione la statua rimase in bilico sul terrazzo sottostante senza cadere al suolo e senza provocare alcuna vittima.Tauriel è rimasto esposto per un breve periodo nell’atrio della Mole, attualmente si trova nel Museo del Cinema
(informazioni tratte da qui)

L’anima esoterica della Mole

La Mole, per i cultori di esoterismo, ha i suoi lati oscuri.

A Torino, sempre a proposito di esoterismo e magia, bisogna ricordarsi che Tauriel non è l’unico genio alato edificato in città in quanto anche sulla sommità del monumento dedicato al Traforo del Frejus è presente il genio alato della scienza in bronzo.

Il monumento è collocato in piazza Statuto famosa soprattutto per la proclamazione dello Statuto Albertino (che le ha dato il nome) nel 1848, ma anche per la propria collocazione che la inquadra nei luoghi della Torino magica e occulta.

La piazza  sorge infatti sulla “vallis occisorum” una necropoli romana nella quale venivano sepolti i morti.

(notizie tratte da qui)

 

Schema della struttura (fonte Wikipedia), sintetizzata da me sull’immagine di un modellino.

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Quindi il modellino spezzato della mia Mole Antonelliana potrebbe ricordare la condizione della costruzione dopo il crollo del 1953.

Forse al modellino è rimasto un terrazzino in più.

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