– L’ anitra selvatica nelle donne di Ibsen

Ho finito di leggere i drammi di Ibsen che hanno come protagoniste le donne rappresentate nel teatro “Anime selvatiche” di Gloria Geoni e Alessandro Wagner.

Seguendo un percorso che passava dai drammi alla rivisitazione/interpretazione di Lou Salomè sono entrata in contatto con queste donne “speciali”.

Bene, sono soddisfatta di aver compiuto questo viaggio nelle profondità di tali “nature” forti e desiderose di vivere liberamente e coscientemente fino a doverne, a volte, anche… morire.

Mi pare qui di aver capito che è proprio in questa forza, posseduta da certe nature, che si vede “l’anitra selvatica”.

Quindi alcune donne (penso valga anche per gli uomini) che hanno riconosciuto in loro questa natura libera, questa anitra selvatica, faticano più di altre ad adattarsi alla soffitta che rappresenta il domestico, le regole, le costrizioni a cui è necessario sottostare per vivere nella società. 

Alcune riescono, se ne comprendono e accettano responsabilmente le motivazioni, altre ci provano ma con gravi danni e sofferenze per sé e per chi vive loro accanto, altre ancora non possono adattarsi a vivere nell’angustia di tale soffitta senza perdere la felicità e l’amore e volano fuori all’aria aperta, ad affrontare venti e tempeste e godere albe e tramonti, e altre ancora devono rinunciare a questa soffitta che richiede abnegazione, ma non sanno più neppure volare libere nel cielo aperto e non rimane altra soluzione che togliersi la vita per evitare l’alienazione totale dalla loro volontà, dalla loro anima.

La sola donna di Ibsen che si salva è Ellida, la donna del mare, il cui dramma è l’unico che finisce “bene”… quindi non è un completo “dramma”.

Nora in “Casa di bambola”,  per cercare il suo equilibrio, la sua emancipazione che non sappiamo se troverà,  sarà costretta ad abbandonare i suoi figli e la casa…. creando sofferenza a sé e agli altri.

Rebekka, Hedda Gabler e Irene devono scegliere la morte per impossibilità di conciliazione e recupero di una vita che accordi la loro anitra selvatica con le richieste della vita sociale, non riescono per motivi differenti ad adattarsi alla mancanza di libertà, nel rispetto delle loro scelte.

I drammi più sublimi e superbi sono quelli delle tre donne libere e ribelli, ma quale epilogo spetta loro!!!

La donna migliore, che non parte con colpe da sanare è quella di Irene in Quando noi morti ci destiamo”Irene è corretta, pura, si adatta, si dona, ma poi non regge al dramma di un amore sacrificato e fugge nella disperazione e non riuscirà più a salvarsi  neanche quando la sorte gliene farà dono.

Helene Alving e Hedvig sono altre due figure di donne che Lou prende in esame ma non compaiono nel teatro visto a Milano.

Al dramma di Irene,  figura di donna di”Anime selvatiche” che non viene ripreso dall’analisi della Lou terapeuta,  Joyce fa supreme lodi in un breve saggio riportato in “Ibsen I capolavori” (Grandi Tascabili Economici Newton).

Ne riporto una breve parte:

“Ipsen, in questo dramma, ci ha dato forse il meglio di se stesso. C’è una fantasia che sconfina con la stravaganza nel selvaggio Ulfheim (cacciatore di orsi) e un sottile umorismo reciproco nel disprezzo sornione di Rubek e Maya (lo scultore e la giovane moglie). Nell’insieme, “Quando noi morti ci destiamo” può delinearsi fra le opere maggiori dell’autore, se non addirittura la massima. Ultima della serie che cominciò con “Una casa di bambola”, è l’epilogo magistrale che suggella le dieci opere precedenti. Nella storia del teatro antico e moderno poche opere sono in grado di rivaleggiare con queste, quanto ad abilità drammatica, psicologia dei personaggi e forza di suggestione.” (James Joyce)


Ora un po’  ho studiato… ritorno a ripensare al teatro visto a Milano nel mese di maggio…  e al prossimo post con la risistemazione mentale ottenuta!!!